I Media tradizionali non ne hanno parlato, e così grazie a Internet e soprattutto ai Blog si viene a sapere che la Libia ha chiuso tutte le sedi diplomatiche in Italia (ambasciata e consolati). Un atto estremo, che di solito viene fatto quando si è in procinti di dichiarare lo stato di guerra. Ufficialmente tale atto, è stato giustificato come ordinaria amministrazione per ristrutturazioni dei locali e cose del genere. Tutti le sedi, tranne quella accreditata alla Città del Vaticano, sono chiuse e non attive per nessuno.La verità è che la dittatura di Tripoli, all’insediamento del nuovo governo italiano non è riuscita, evidentemente, a strappare l’ennesimo regalo da parte dell’Italia, cosa che invece gli era riuscita in più riprese sotto il governo Berlusconi. Salta fuori nuovamente, la questione del risarcimento postbellico e postcoloniale, che Mu’ammar al-Qaddafi porta avanti da quando ha preso il potere con un colpo di stato il 1° Settembre del 1969. Sotto il governo di Silvio Berlusconi, furono fatte diverse scelte verso la risoluzione della questione, promovendo la sospensione dell’embargo economico contro il regime di Tripoli per evidenti responsabilità sulla strage terroristica di Lockerbie. Inoltre, sempre il governo Berlusconi si fa carico di venire incontro a certe richieste di Tripoli, che variano nel tempo: un giorno chiede un’Autostrada, un altro giorno un tracciato ferroviario, un altro ancora un Ospedale. Sembra comunque, che qualcosa funzioni visto che i libici decidono di sospendere persino la festa del 26 ottobre (hidad al-rasmi), lutto nazionale in ricordo della prima grande deportazione di prigionieri libici fatta dagli italiani a partire dall’intervento militare del 1911-12, deportazione di circa 5.000 libici alle Isole Tremiti, a Ponza, a Ustica e a Favignana, che però non trova ancora oggi alcun fondamento storico. Se ne sentito parlare, se ne scritto, ma non è mai stato documentato con una certa attendibilità. I vari governi italiani, dal 1956 (hanno in cui iniziano i versamenti di ingenti somme verso la Libia) in poi, hanno sempre assunto un atteggiamento di basso rilievo, senza affermare e senza negare. Un atteggiamento insufficiente e al quanto discuttibile, che ha permesso da un lato di sostenere finanziariamente una dittatura e dall’altra, di continuare a fare affari con la stessa dittatura, perché in fondo la Libia con tutto il suo petrolio e il suo gas, val bene un contenzioso. Così, Tripoli e il suo tiranno, vedendo che da parte di Roma c’era sempre questa posizione vaga e per niente ferma e decisa, ne hanno approfittato e continuano tutt’oggi ad approfittarne. Soltanto che è sorto negli ultimi anni un problema in più, un problema che si chiama 11 settembre 2001, che ha posto l’Italia e il resto dell’Occidente ad un bivio su tutto ciò che riguarda la propria sicurezza nazionale e la propria integrità morale ed etica, su come condurre rapporti in Medio Oriente per tutelare i propri interessi economici. Si è visto infatti, di come proprio dalla Libia si è verificato un sistematico flusso di migrazioni dei Paesi limitrofi (Egitto, Sudan, Eritrea, Etiopia, Somalia, Palestina) verso l’Italia, con le cosiddette “carrette del mare”. Fino ad ora, questo sistematico flusso migratorio, al di là di un aggravio di costi finanziari pubblici, nel sostenere i centri di accoglienza, oltre al fatto di far entrare nelle nostre città stranieri di cui sappiamo ben poco, sul loro passato, sulla loro salute, e sul loro rapporto con eventuali estremismi islamici, non ha generato un vero e proprio abbassamento della nostra sicurezza e della nostra libertà, ma potrebbe generarlo e quanto meno ce lo aspettiamo. E se mai dovesse succedere una cosa del genere, succederà proprio dal momento che il governo mandante di tale attacco criminale, non ha più personale diplomatico nel nostro Paese. Potrà succedere che un giorno, durante l’ennesimo arrivo di una carretta del mare, mentre le unità navali (fregate, corvette, aliscafi) si accostano per assistere la povera gente imbarcata, all’improvviso quella imbarcazione fattiscente salta in aria, perché in realtà è piena di esplosivo e oltre a morire tutta quella povera gente, muoiono anche dei nostri militari, dei nostri marinai. Noi italiani abbiamo questa prerogativa, quasi genetica, nel chiudere la stalla quando i buoi sono oramai tutti scappati, e cioè quando non serve più a niente, quando è troppo tardi. Mai prevenire, ma sempre curare. La risposta politica a questa situazione è soltanto una: mettere la parola fine alla dittatura di Tripoli, seguendo due scenari: il primo è la tecnica tunisina, ovvero un colpo di stato come fu fatto in Tunisia negli Anni Sessanta dai nostri Servizi Segreti Militari, far andare al potere una persona democratica, che faccia le riforme necessarie e che riservi all’Italia, una responsabilità economica sulle risorse petrolifere e del gas; la seconda è l’intervento militare, anche in questo caso va fatto però con uno stile sotterraneo: bisogna adempiere a determinate azioni politiche che scatenino una reazione evidente da parte di Tripoli e come conseguenza, intervenire usando per l’appunto la reazione della dittatura libica come causus belli. Oggi, che si condivida oppure no, la Libia è l’unico Paese del Medio Oriente e del Pianeta, che minaccia sistematicamente e costantemente non solo la nostra sicurezza nazionale, ma anche i nostri interessi economici ed è ora che questa minaccia venga definitivamente cancellata.
La questione libica.
02 lunedì apr 2007
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