Così Daniele Capezzone:
Privatizzazione vera della RAI, Ferrovie, Alitalia, Poste, Servizi Pubblici locali. Nel primo anno di governo, José Maria Aznar privatizzò le 29 maggiori aziende pubbliche spagnole.
Non da ieri, in Italia si parla di privatizzazioni e se ne parla troppo e male per due semplici motivi: mancanza di cultura liberale e presenza di un profonda malafede politica fortemente ideologizzata dalle dottrine politicanti dominanti dal dopoguerra in poi, e cioé la dottrina sociale dei cattolici e quella socialista della Sinistra. In termini molto pratici, per la scuola di economisti che hanno sempre orbitato in modo dirigista attorno i vari governi italiani, privatizzare ha due significati: il primo, inteso con la definizione di “privatizzazione formale”, significa modificare la forma giuridica delle aziende pubbliche, trasformandole in S.p.A. (Società per Azioni), ma lasciando invariato l’assetto di proprietà e quindi lasciare che lo Stato (di norma tramite il Ministero del Tesoro) continui a detenere la proprietà e quindi a far valere le ragioni politiche a quelle economiche e quindi di mercato; il secondo, che prende il nome di “privatizzazione sostanziale”, è quello in cui oltre a trasformare l’azienda pubblica in una società di capitali, decide di dismetterla a favore di un gruppo privato, che però continui ad avere un rapporto privilegiato con lo stesso governo, sia in termini sindacali e quindi di rinnovo contrattuale dei lavoratori, sia in termini di piano industriale imponendo una certa linea soprattutto per quanto riguarda i rapporti all’estero e quindi nell’export, e naturalmente favorendo l’inserimento di dirigenti indicati dal governo per cercare, per l’appunto, di continuare a portare avanti un certo controllo politico su quell’azienda, non tanto in quanto tale, ma in riferimento al settore industriale dove è inserita, perché il governo ritiene che debba considerarsi ancora un settore cosiddetto “strategico”. Questo, che ho appena descritto, è quello che è successo per esempio per la privatizzazione dell’ex-Sip ed oggi Telecom, per non parlare della deprimente cronaca quotidiana sull’Alitalia. Prima di parlare di privatizzazioni, bisogna però parlare di un altro passo che la politica deve fare e cioè le liberalizzazioni. Perché se non si introduce prima delle privatizzazioni un adeguato processo di liberalizzazione economica, questo non porta ad un mercato aperto, per il semplice motivo che mancando la sua introduzione, dal momento che si attuano le privatizzazioni, si crea di fatto soltanto un passaggio di consegne del potere monopolistico, o ben che vada, di un sistema oligopolistico, che non permetterà ai cittadini, né di avere un adeguato servizio e neanche di pagarlo in modo giusto, e cioé si continueranno ad avere servizi scarsi a prezzi irragionevoli. Quindi, per il caso italiano, bisognerebbe prima di tutto passare ad una fase di liberalizzazioni e quindi, ad una abolizione o forte attenuazione di tutte quelle restrizioni e limiti giuridici e pratici, che investono l’attività economica nazionale. Questo significa passare da una cultura economica sociale o solidale, ad una cultura economica liberista. Quella cultura fondata sulla concezione economica che ritiene essenziale, per il raggiungimento dell’equilibrio economico, dell’efficienza e del benessere, l’affermazione della libera iniziativa individuale. Il perseguimento da parte dei singoli del proprio interesse viene armonizzato dal mercato attraverso il libero scambio e la concorrenza, che premiano l’uso efficiente delle risorse conducendo al massimo benessere possibile. Il liberismo ha sempre considerato controproducente l’intervento diretto dello Stato in campo economico limitandone il ruolo a garante della proprietà e della concorrenza. Soltanto dopo questa fase obbligatoria e indispensabile, allora in Italia si può iniziare a parlare di privatizzazioni e cioé, del trasferimento della proprietà delle imprese pubbliche dello Stato al settore privato. In Europa i casi più evidenti si ebbero a cavallo degli Anni Ottanta, quando sotto il governo della Teacher, si privatizzarono tutti i settori di produzione dei servizi di pubblica utilità (fra i quali Gas, Elettricità, Telecomunicazioni), nonché numerose aziende operanti in diversi settori industriali come la Roll-Royce, la Jaguar, la British Airway e la compagnia ferroviaria nazionale British Rail. Poter privatizzare anche in Italia l’economia di Stato come fu fatto nel Regno Unito negli anni Ottanta e in Spagna negli anni Novanta, significherebbe due cose soprattutto: l’aumento di efficienza del settore che si andrebbe a privatizzare e il risanamento del Bilancio dello Stato tramite i proventi della vendita delle imprese pubbliche. Nel primo obiettivo, il governo italiano lancierebbe un aumento della efficienza tecnologica, e cioé l’adozione di metodi produttivi che consentiranno la minimizzazione dei costi. Le privatizzazioni solitamente migliorano gli incentivi a perseguire l’efficienza tecnologica dal momento che gli azionisti percepiscono, sotto forma di dividendi, una quota anche rilevante dell’aumento di profitto che ne deriverà e dal momento che comunque un’impresa privata è soggetta al rischio di fallimento. Tuttavia, l’aumento dell’efficienza tecnologica che consegue alla privatizzazione può portare a una diminuzione di efficienza allocativa perché l’impresa privata prende decisioni diverse, in termini di prezzo e di quantità, da quelle che massimizzano il benessere sociale, mentre si dà per certo che, in linea di principio, il governo sia benevolo, ovvero persegua finalità di interesse generale. Nel secondo obiettivo, lo Stato si troverebbe in una posizione di “non ritorno”, ovvero incominciando a vedere gli effetti positivi di risanamento del Bilancio dello Stato, si lancierebbe finalmente nella politica ancora più vasta dell’abbattimento della spesa pubblica, e cioé nel piano per riorganizzare completamente l’intera architettura dell’Amministrazione Pubblica nazionale e locale, e solo così, potrebbe finalmente attuare una vera politica tributaria improntata sull’abbattimento della pressione fiscale, che a mio parere dovrebbe essere messa nei primissimi punti della politica economica di un governo, che abbia intenzione di rivoluzionare l’intero sistema finanziario pubbico italiano.