Al momento della nascita dello Stato Unitario nel 1861, le due forze politiche emerse: la Destra di Cavour e la Sinistra Storica avevano diverse cose in comune, ma tantissime altre in completa opposizione; una di queste era certamente la Politica Estera. Tra i punti essenziali della politica estera della Destra, c’era certamente la Questione Romana, ovvero risolvere il problema della Città eterna che al momento dell’unificazione era rimasta una Enclave pontificia, sostenuta dall’amicizia di Parigi. Cavour, il padre della Patria, il grande liberale illuminato, il grande architetto del pensiero laico della politica italiana, ma nello stesso tempo grande fedele cattolico, voleva risolvere la questione per via diplomatica ed in particolare, acquistando nel vero senso della parola la Città Eterna e facendo questo raggiungere un accordo paritario con lo Stato Pontificio, senza che venisse lesa in alcun modo la dignità del sacro bacino del Cristianesimo, ma nello stesso tempo che non venisse pretesa dall’altra parte in causa, alcun compromesso che potesse in alcun modo lenire il fragile e giovanissimo orgoglio nazionale del Regno d’Italia. Ma Cavour da lì a pochi mesi si spense prematuramente alla soglia dei 51 anni e coloro che presero il suo posto, nonostante ci fu un lungo governare da parte della Destra, non furono all’altezza della situazione, né per quanto riguarda la durata dei rispettivi governi e né per quanto riguarda le illuminate capacità politiche dei loro Primi Ministri. Così iniziò a prendere radice nella classe politica italiana sia a Destra e sia a Sinistra, le posizioni che quest’ultima ebbe sembre a riguardo: la Questione Romana va risolta solo in un modo, con l’intervento. Non solo, la Sinistra ebbe anche un’altro punto importante nella sua Agenda Politica Estera, che invece per la Destra neanche esisteva: la Questione Veneta, ma di questo ne parleremo un’altra volta. Dicevamo che alla nascita dello Stato Unitario, la Destra governò per molto tempo: dal 1861 al 1876; se escludiamo Cavour che guidò il governo unitario per soli 3 mesi, l’Italia fu governata da i seguenti Primi Ministri:
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Ricasoli
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Rattazzi
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Farini
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Minghetti
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La Marmora
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Ricasoli
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Rattazzi
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Menabrea
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Lanza
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Minghetti
La Questione Romana si inasprì a partire dal 1866 e cioé durante il secondo mandato del Generale La Marmora e trovò una sua conclusione nel 1870 con l’Assalto di Porta Pia, sotto il penultimo governo della Destra, guidato da Giovanni Lanza dal 1869 al 1873. Ma dicevamo, che la Questione Romana inizò a inasprirsi nel 1866 e cioé quando il Veneto dietro un vero Plebiscito decise di far parte del Regno d’Italia. Il Re Vittorio Emanuele visita la Regione il 15 Dicembre e rincuorato da tale scelta del popolo veneto dichiara:
“L’Italia, la Patria è libera da ogni dominazione straniera …”
Tale dichiarazione giunge anche perché, quattro giorni prima l’esercito francese aveva abbandonato le sue posizione da Roma, ma con una dichiarazione infelice o comunque inopportuna del Sovrano, i francesi decidono di ritornarci. Ma la questione vera è che la Sinistra ed in particolare Giuseppe Mazzini e naturalmente Garibaldi, ma digerirono come si risolse la Questione Veneta e proprio Mazzini non ebbe mezze parole, per attaccare il governo ma soprattutto la Famiglia Reale:
“Ma è mai possibile che l’Italia accetti di essere additata in Europa come la sola nazione che non sappia combattere, la sola che non possa ricevere il suo se non per beneficio d’armi straniere e concessioni umilianti dell’usurpatore nemico?”
Il Re ne uscirà umiliato da tale attacco, è proprio per questo che cercherà di spostare l’attenzione proprio sulla Questione Romana, anche se per vie diplomatiche, sfruttando i buoni rapporti ancora esistenti tra Torino e Napoleone III. A Tonello, a cinque giorni da Roma, durante l’inaugurazione dell’ultima sessione della IX Legislatura, il Re Vittorio Emanuele così giusticava la riappertura tra governo e Santa Sede dei contatti diplomatici:
“Il governo francese, fedele agli obblighi assunti con la convenzione del Settembre 1864, ha già ritirato le sue Milizie da Roma. Dal canto suo il governo italiano mantenendo gli impegni presi, ha rispettato e rispetterà il territorio pontificio. La buona intelligenza con l’Imperatore dei francesi, al quale ci legano vincoli di amicizia e di gratitudine, la temperanza dei Romani, la sapienza del Pontefice, il sentimento religioso e il retto giudizio del popolo italiano aiuteranno a distinguere e conciliare gli interessi cattolici e le aspirazioni nazionali, che si confondono e si agitano a Roma. Ossequioso alla religione dei nostri maggiori, ma lo è pure la massima parte degli italiani, io rendo omaggio in pari tempo al principio di libertà, che informa le nostre istituzioni e che applicato con sincerità e con larghezza, gioverà a rimuovere le cagioni delle vecchie differenze fra la Chiesa e lo Stato. Questi nuovi provvedimenti, rassicurano le coscienze cattoliche, faranno, io spero, esaudito il mio voto che il Sommo Pontefice continui a rimanere indipendente in Roma”
Con questa dichiarazione, il Re Vittorio Emanuele volle impostare il confronto con lo Stato Pontificio su tre punti salienti:
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Un Disegno di Legge sulla “Libertà della Chiesa”
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Un Disegno di Legge sulla “Liquidazione dell’Asse Ecclesiastico”
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Il “Corzo Forzoso” della Lira Italiana.
Il Governo riuscì a stipulare degli accordi sulle sedi vescovili vacanti, sulle dogane, sui passaporti e sul sistema postale. Ma la questione spinosa sul potere temporale non fu trattata per niente. Mentre i lavori a Tonello continuavano, il 17 Gennaio 1867 due Ministri presentavano in Parlamento (a Firenze) un Disegno di Legge diviso in due parti: il primo relativo alla “Libertà della Chiesa”, il secondo alla “Liquidazione dell’Asse Ecclesiastico”. Con il primo, lo Stato rinunciava ad ogni ingerenza nell’esercizio del culto, al giuramento del vescovi, all’Exquatur e in generale a tutte le prerogative che il Regno d’Italia possedeva in materia ecclesiastica; con il secondo la Chiesa liquidava i beni ecclesiastici, compreso quello delle soppresse corporazioni religiose e pagava allo Stato e ai comuni un terzo del ricavato. Ma la vera questione, fu arrivare ad un’intesa sul terzo punto: “il Corso Forzoso della Lira”. Dopo l’unificazione dell’Italia, i piemontesi misero le mani sulle Banche Centrali degli Stati appena conquistati ed annessi nel Regno d’Italia. Subito dopo, la Banca Nazionale degli Stati Sardi divenne la Banca d’Italia. Appena conquistato il Regno delle Due Sicilie, i piemontesi impedirono immediatamente che il Banco delle Due Sicilie rastrellasse da mercato le proprie monete d’oro per trasformarle in carta moneta secondo le leggi piemontesi, visto che tale Banco possedeva un notevole deposito d’Oro fu suddiviso in due Banche: il Banco di Sicilia e il Banco di Napoli, evitando così di far emettere qualcosa come 1.200 Milioni di Lire, trasformandoli nei padroni di tutto il mercato finanziario italiano. Prima dell’Unità circolavano in Italia ben 9 divise monetarie. Adesso, invece, c’era solo la Lira e le banche destinate a emettere le banconote furono: la Banca Nazionale del Regno d’Italia, la Banca Nazionale Toscana, la Banca Toscana del Credito, il Banco di Napoli, il Banco di Sicilia e la Banca Romana. Tutte le banconote avevano corso legale. Il Corso Forzoso fu concesso in contropartita ai finanziamenti che lo Stato Italiano aveva avuto dalla Banca Nazionale del Regno. Senza prolungarci troppo, il Corso Forzoso incominciò a generare i primi fenomeni di inflazione. Ma non era tanto il problema di tale inflazione, ma il fatto che le banche di emissione all’epoca erano delle società per azioni, ossia di diritto privato e questo dava a loro un’autonomia bancaria sfrenata e cioé creavano dei soggetti privati investiti della facoltà di “creare ricchezza”. E questi soggetti erano rappresentanti di interessi particolari (industriali, commercianti, latifondisti). Nonostante tale Corso Forzoso generò una forte crescita economica, tale crescita era basata su una presunta capacità di sviluppo e non su delle solide garanzie già esistenti e così rischiava di diventare un boomerang, che poi tornerà indietro una ventina di anni dopo. Ed è proprio in questa fase finanziaria ed economica particolarmente delicata, che nella politica arrivano le dimissioni di Ricasoli, il conseguente rimpasto di governo, che fallisce clamorosamente e così si torna a votare. Arriva un nuovo Primo Ministro: Federico Menabrea. Il Senatore, in realtà, rinuncia all’incarico e così il Re si rivolge per l’ennesima volta a Rattazzi, il quale costituisce la squadra di governo il 10 Aprile, ma per lui la vita non sarà affatto facile. Solo cinque giorni dopo la nascita del suo governo, la Commissione Bilancio boccia l’esposizione finanziaria del Ministro delle Finanze Francesco Ferrara, che si dimette subito dopo e il Primo Ministro è costretto a prende l’interim del Dicastero. Ma è Garibaldi la vera spina nel fianco di Rattazzi: durante la campagna elettorale fa la spola in giro per l’Italia per sostenere l’opposizione e dopo le elezioni decide di trasferirsi in Toscana, ospite del Deputato Cattani Cavalcanti a poche miglia da Firenze. Il generale decide di sostenere dalla Toscana, i comitati romani come il “Comitato rivoluzionario romano” e il “Centro d’Insurrezione”. Comitati che invitano Garibaldi a marciare su Roma e lui di tutto punto, fonda e organizza il “Centro d’Emigrazione”, che si adopererà di fare un censimento di tutti gli italiani idonei all’arruolamento. Non solo, organizza “l’Obolo della Libertà”, per raccogliere i fondi necessari per la spedizione nello Stato Pontificio. Garibaldi è impaziente di agire e si dà molto da fare per pianificare la campagna militare, va anche a Ginevra per dire che non è possibile parlare di Pace, se prima non si abbatte il potere temporale dei Papi e così, tornato in Italia il 16 Dicembre, invita i romani
a spezzare i ferri sulle cocolle degli oppressori
Ma Rattazzi non sta a guardare: manda i Carabinieri ad Orvieto dove il Generale sta dormento a casa di un amico; fa circondare la casa e lo arrestano, trasferendolo alla Fortezza di Alessandria. Gli italiani si commuovono e si indignano, molto di più dell’arresto precedente di Garibaldi avvenuto sull’Aspromonte. Iniziano una miriade di tumulti popolari in tutta Italia e mentre il Generale dal carcere grida in continuazione: “A Roma!! A Roma!!”, il Ministro della Marina decide di farlo trasferire in Sardegna nell’Isola di Caprera, sorvegliata da diverse navi da guerra per evitare che possa scappare o essere liberato. Da Caprera Garibaldi scrive a Francesco Crispi, leader emergente della Sinistra che sta all’opposizione e gli confida:
“Io vedo un solo modo per rimediare all’insoddisfazione della Nazione e del Governo: invadere Roma con l’Esercito Italiano e subito!!”
Oramai, la Questione Romana grazie all’attivismo di Garibaldi, raggiunge anche Parigi con un peso grande come una montagna ed è proprio da Parigi, che Costantino Nigra decide di scrivere al Primo Ministro e a convincerlo che i tempi sono ormai maturi per l’intervento:
“L’arresto di Garibaldi fa maturare la Questione Romana molto più che tutte le spedizioni dei volontari”
Rattazzi se ne rende conto finalmente: che arrestandolo abbia aiutato molto di più la causa del Generale, che non avergli inviato l’Esercito in suo aiuto. Ma nonostante l’arresto di Garibaldi, la causa romana continua incessante. Iniziano dei tumulti popolari a Roma, così gravi che nessuno se li aspettava. Ma il peggio arriverà alla fine di Ottobre, dove nel quartiere di Trastevere la polizia assalta un lanificio: al suo interno otto Patrioti con un deposito di armi e bombe, pronte per essere usate per liberare Roma. Vengono uccisi tutti ed in particolare quattro Patrioti importantissimi: Giuditta, Francesco e Antonio Arquati. Altri due Patrioti, Giuseppe Monti e Gaetano Tognetti, arrestati diversi giorni prima, saranno condannati e giustiziati il mese successivo. Tutto questo succede quando Rattazzi aveva già rassegnato le dimissioni da circa una settimana e che la Francia aveva mandato un plico per via diplomatica, intimando l’Italia di non oltrepassare il soglio pontificio, altrimenti sarebbe stata guerra. Il governo decide così di mettere la parola fine a tutti questi tentennamenti e si prepara ad attaccare Roma, e senza neanche farlo apposta, poco dopo Garibaldi riesce a scappare da Caprera e raggiungere i suoi amici per preparare l’invasione. A questo punto è il Re, che si inserisce come pompiere per cercare si salvare quel poco che è rimasto tra l’Italia e Parigi:
“… deploro l’azione di elementi irresponsabili che con il muover guerra al Pontefice fanno correre al Paese il rischio di una guerra con la Francia, dichiaro che non posso permettere che altri usurpino il diritto di guerra e di pace, di cui sono depositario. Allorché, la calma sarà rientrata negli animi e l’ordine pubblico pienamente ristabilito il mio governo, d’accordo con la Francia secondo il voto del Parlamento, curerà con ogni lealtà e sforzo, di trovare un utile componimento, che valga a porre un termine alla grave e importante questione dei Romani”
Secondo il Re Vittorio Emanuele, la via d’uscita di questa crisi con Parigi era quella di convincere i francesi di permettere all’Esercito Italiano di occupare Roma contemporaneamente con l’esercito francese, sottraendolo in questo modo all’azione dei volontari e portata nel campo pacifico delle trattative diplomatiche ed infatti, negli archivi storici dei governi esteri viene riportato questo prezioso passaggio di una dichiarazione del Re:
… per mettersi, in condizioni pari a quelle in cui si era messa la Francia, nell’attesa di intraprendere nuovi negoziati sulla questione romana.
Ma le cose non erano così facili. I francesi inviano 22.000 Uomini e 42 Pezzi d’artiglieria, e Garibaldi che disponeva di soli 6.000 soldati e con la frontiera chiusa per bloccare i rifornimenti. Arriverà così la disfatta a Mentana e il conseguente arresto di Garibaldi (il terzo) a Varignano. Ci rimarrà fino al 1870, quando poi ironia della sorte, andrà a combattere per difendere gli odiati francesi contro i Prussiani. Importante una sua lettera che invierà al quotidiano romano “La Capitale”, per evidenziare la sua delusione verso la corruzione politica, la crisi parlamentare in cui versa la sua amata Patria:
“Non voglio essere tra i legislatori di un Paese dove la libertà è calpestata e la legge non serve nella sua applicazione che a garantire la libertà ai gesuiti e ai nemici dell’Unità d’Italia … Tutt’altra Italia io sognavo nella mia vita, non questa, miserabile all’interno e umiliata all’estero.”
Dopo questa lettera, accadono diverse cose in Italia, governata dal Primo Ministro Menabrea: le nozze tra il Principe Umberto e Margherita di Savoia; l’improvvisa aggravarsi della malattia di Vittorio Emanuele e la nascita di Vittorio Emanule III, Principe di Napoli. Dopo il terzo Governo Menabrea, arriverà il turno di Lanza, che poi assisterà alla fine della Questione Romana nel Settembre 1870, quando l’Esercito Italiano sotto il comando del Generale Cadorna espugna Porta Pia, anche se una liberazione senza troppa ostilità da parte dei soldati pontifici, in quanto furono posizionati più per orgoglio che non per un reale combattimento. Il 20 Settembre del 1870, la città Roma passa sotto il controllo italiano, ma dietro quell’occupazione si celerà una realtà anche scomoda, che non tutti gli storici riportano. L’immagine che di Roma avranno i soldati italiani sarà tragica, una popolazione di vagabondi, stremati dalla fame e dalla oppressione franco-pontificia. Roma contava 230.000 abitanti, di cui 50.000 disoccupati e 30.000 accattoni. La città era sporca e deprimente: a fianco dei lussuosi palazzi vaticani e dell’aristocrazia filopapale, vi erano dimore tali e quali a dei tuguri, nulla di più. All’ingresso del Generale Cadorna, soltanto il patriziato clericale, e quella pseudo-borghesia di Avvocati, Notai e appaltatori che formavano il cosiddetto sottogoverno laico dello Stato Pontificio. Ma la popolazione romana, non voleva credere ai suoi occhi nel vedere che la vecchia oppressione pontificia era stata debellata. Non voleva crederci, ma lo dimostrò con il voto del 2 Ottobre, quando con un vero plebiscito, i romani decisero di far parte del Regno d’Italia: 40.000 SI e soli 46 NO. Tale risultato, forse non diceva tutta la verità. Ma una verità la diceva: ROMA CAPITALE D’ITALIA. Da quel giorno, come si usa dire, ne è passata di acqua sotto i ponti, un Novecento che ci ha fatto conoscere due Guerre Mondiali, una Dittatura, la nascita di una Repubblica e la scomparsa di quella Monarchia dove tutto iniziò. Ma oggi, basti pensare alla cronaca politica delle ultime settimane: della questione morale nella politica, della Casta di Stella, di Beppe Grillo, di una laicità di cui oramai non si vede più neanche l’ombra, forse in un giornata come questa, si dovrebbe riflettere, si dovrebbe ragionare, su cosa siamo stati, su cosa siamo oggi, e su cosa saremo nei prossimi decenni, o forse su cosa non siamo stati capaci di essere, su cosa non vogliamo essere e soprattutto, su cosa non saremo mai. Oggi è un giorno importante per la nostra Nazione, per l’intero popolo italiano, un giorno che una volta era importante anche per il nostro calendario ma non lo è più da molto tempo. Chissà, quando tornerà ad essere così importante per noi e per il nostro calendario. Forse, quel giorno, noi tutti avremmo capito finalmente cosa siamo stati, cosa siamo e cosa vorremo essere nel futuro.