La questione birmana è scoppiata finalmente con il massimo impatto mediatico che si potesse pretendere, vista l’area geografica interessata, ma soprattutto gli interessi che si sono in palio. Vista così, da parte nostra, grazie ai giornali e alle televisioni, sembrerebbe davvero che ci sia in atto in questo Paese asiatico, una ribellione popolare che metterebbe da una parte il popolo birmano di maggioranza buddista con i monaci in prima fila e dall’altra, la dittatura militare appoggiata dal governo di Pechino. Quindi sarebbe davvero così semplice, poter affermare che dietro queste manifestazioni popolari ci sia la voglia di libertà e democrazia, ma in realtà non è così. In realtà, come al solito, ci sono questioni assai più complesse, che svincolano dalla nobile causa di poter dare finalmente al popolo birmano la libertà e la loro legittima autodeterminazione di poter governare la propria nazione senza pressioni esterne, in pace e libertà. Le ragioni che ci sono dietro sono principalmente tre:
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la posizione strategica della Birmania nell’Oceano Indiano (Golfo del Bengala e Mar delle Andamane);
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le risorse economiche primarie (Petrolio, Gas Naturale e Minerali preziosi);
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progetti infrastrutturali di vario genere che interessano direttamente l’India, la Cina, il Bangladesh, il Viet-Nam, il Laos e la Thailandia.
Si è detto e scritto in questi giorni, in queste settimane, che dietro a questa crisi – la quale viene da molto lontano – c’è dietro la Cina e in parte è vero; ma in realtà, oltre alla Cina c’è anche la Russia e non solo lei. Il Cremlino, diversi anni fa, iniziò a ricamare un progetto comune con Pechino, cercando di coinvolgerlo per riallacciare i rapporti con il governo indiano. L’India ha in tutta la questione birmana una grande importanza di concerto con la Cina, importanza che oltre a rivedere la questione birmana, detiene in agenda altre due questioni assai importanti e che da tempo non si trattano adeguatamente: il Kashmir e il Nepal. Il governo di Nuova Delhi, proprio dietro relazioni molto strette con Russia e Cina, decide di riprendere una certa linea diplomatica con la Giunta Militare di Rangoon nel 2004. Ed è proprio in questo anno, che il governo indiano firma un accordo con la Birmania di 480 Milioni di Dollari; accordo che due anni dopo (2006) viene portato ad un Miliardo di Dollari e che permette l’India, di entrare direttamente nelle commesse strategiche progettate per la Birmania e che prevedono una ventina di progetti infrastrutturali, che vanno da costruzioni stradali a quelle ferroviarie, dalla nascita di nuovi porti ad importanti infrastrutture nel settore delle telecomunicazioni. A distanza di circa un anno da tali accordi, scoppiano i tumulti pacifici dei monaci e dei civili birmani. Ritenere che tali manifestazioni popolari siano nati volontariamente da parte degli stessi birmani è alquanto ingenuo. Due le cause di quello che sta succedento in Birmania:
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Tra India e Cina si è rotto qualcosa e allora l’Intelligence indiana ha voluto fomentare i disordini, per poter rivedere gli accordi e quindi alzare il prezzo della sua partecipazione a tali importanti opere infrastrutturali;
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Tra India e Cina non si è rotto proprio nulla, ma gli Stati Uniti che non sono riusciti a dovere con la politica delle sanzioni economiche internazionali di interrompere tali accordi, che potrebbero dare in un secondo momento ancora più potere soprattutto alla Cina sul fronte asiatico, hanno deciso di intervenire anche se non direttamente con la propria Intelligence, che nell’area non ha una rete capillare appropriata (quella britannica invece, è certamente la più organizzata, visto che parte dei Paesi in causa sono excolonie inglesi).
Tale analisi viene da una semplice valutazione logica e non basata su reali documenti o informazioni, che un modesto Blog politico italiano non può certo avere sotto mano.