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2 Giugno 1946, Alcide De Gasperi, Colpo di Stato, Corte Suprema di Cassazione, Di Savoia, Golpe, Monarchia, Re Umberto II, Referendum Istituzionale 1946, Repubblica
La notizia girata dai principali mezzi d’Informazione, sulla decisione della Famiglia Reale Di Savoia di intraprendere una causa contro la Repubblica Italiana per i danni subiti dall’Esilio a seguito del Referendum Istituzionale del 2 Giugno 1946, ha riportato alla luce quel problema che in realtà non è mai cessato in tutti questi decenni e che oggi più di ieri, sembra attuale ed è di fondamentale importanza metterci finalmente la parola Fine. Sorvoliamo sul fatto che se i Savoia abbiano diritto ad un risarcimento di qualunque natura esso sia, questo doveva avvenire in tempi e in modi diversi da quelli praticati. Sorvoliamo sul fatto che la Presidenza del Consiglio, abbia deciso di rispondere immediatamente tramite un suo portavoce via comunicato stampa, cosa che non fa che indispettire ancora di più chi in tutti questi anni ha pensato che questa repubblica sia nata veramente sotto una marea di menzogne e di atti illegittimi, e non ha fatto altro che inasprire un certo pensiero non antimonarchico, ma antisavoia, per coloro che invece sono nati e cresciuti in una repubblica che ha costantemente e sistematicamente educato generazioni di italiani su dei falsi storici, su delle menzogne, su delle negazioni, degne non di una repubblica democratica, ma delle peggiori dittature. E allora addentriamoci pure all’interno di questa pagina di Storia italiana cercando di non essere esaustivi e nemmeno scientifici, visto comunque che chi scrive in questo Blog è dichiaratamente filomonarchico, ma che non ha e non ha mai avuto nulla contro il sistema repubblicano in quanto tale.
Per la nuova democrazia italiana, la primavera del 1946 doveva rappresentare il tempo del consolidamento, dopo i primi faticosi inizi. A marzo un decreto definì che la scelta istituzionale doveva essere affidata direttamente al popolo con un referendum: proposta da ambienti monarchici, tale soluzione finì con l’essere fatta propria e sostenuta con vigore da De Gasperi, che puntava così a far passare in secondo piano la divisione esistente su questo punto nel suo partito; all’elettore democristiano venne lasciata libertà di coscienza. Al contrario, il congressodel PLI riunito in aprile ribadì la sua netta opzione monarchica e l’impegno a riannodare i fili con la tradizione dello Stato pre-fascista. Quanto alle Sinistre, favorevoli ad affidare la decisione alla Costituente, accettarono alla fine la consultazione popolare diretta sostenuta dagli americani perché certe di vincere. Il 9 Maggio fu dato l’annuncio dell’abdicazione di Vittorio Emanuele III, che – tardivamente – decideva di togliere di mezzo la sua ingombrante presenza per favorire le sorti del Regno d’Italia. Si trattava di una infrazione della tregua stabilita nel 1944; i partiti anti-fascisti protestarono vivacemente, ma De Gasperi minimizzò la vicenda, e Umberto II divenne Re. Il prevalere della scelta istituzionale su ogni altro problema finì per far sì che dei contenuti della nuova costituzione si discutesse pochissimo. Rimase invece riservato il duro scontro sui poteri della Costituente: De Gasperi era favorevole a restringere il ruolo dell’Assemblea alla redazione della carta fondamentale, all’attribuzione della fiducia al governo e all’approvazione dei trattati internazionali. Le Sinistre al contrario, volevano affidarle anche compiti di legislazione ordinaria, per cominciare a incidere nell’assetto del Paese. Il 2 Giugno si tennero contemporaneamente il referendum e le elezioni per la Costituente, con sistema proporzionale. In un clima ordinato e fiducioso, andarono alle urne quasi 25 Milioni di italiani (l’89% degli aventi diritto). Grande significato ebbe la partecipazione al voto delle donne, per la prima volta nella storia d’Italia. I risultati del referendum, comunicati già dal 5 Giugno, davano la vittoria alla repubblica 12. 700.000 voti contro 10.700.000 per la monarchia. Su tale cifra si aprì un braccio di ferro – prolungatosi per alcuni giorni e che ebbe momenti drammatici – tra governo e monarchici, che sollevarono una serie di questioni procedurali sulle modalità di conteggio dei voti. Ma cerchiamo di vedere esattamente cosa successe:
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abbiamo detto, che gli elettori che sono andati alle urne furono quasi 25 Milioni; 12.672.767 per la repubblica e 10.688.905 per la monarchia, con uno scarto di 1.983.892 e senza menzionare di dati definitivi delle schede bianche e nulle, che verranno resi solo il 18 giugno.
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Prima anomalia: al referendum non partecipò la popolazione di Bolzano, di Trieste e di tutte quelle località assegnate all’Italia dopo il Trattato di Pace dopo la I Guerra Mondiale, e che poi sono state tolte o assegnate all’Italia solo dopo il trattato di pace del 10 febbraio 1947. Insomma la provincia di Bolzano nel 1946 era o non era Italia? Lo erano o non lo erano quei territori assegnati nel 1919? Nessuno, né allora né dopo, ha mai trovato da ridire su questa anomalia. Chi scrive non lo ha mai capito, anche perché nessuno lo ha mai spiegato.
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Seconda anomalia: il 18 Giugno la Corte di Cassazione invia un comunicato al parlamento (non la sentenza che non verrà mai, ma un comunicato), che stabilisce quanto segue: Dopo i controlli le cifre elettorali subiscono le seguenti variazioni:
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da apportare le seguenti modificazioni: sottrarre ai voti attribuiti alla repubblica 4 voti; sottrarre ai voti attribuiti alla monarchia 30 voti; aggiungere ai voti attribuiti alla repubblica 18 voti; aggiungere ai voti attribuiti alla monarchia 25 voti.
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integrare i risultati delle varie Sezioni mancanti: aggiungere voti alla repubblica 45.142; aggiungere voti alla monarchia 30.384.
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Risultato definitivo: a favore della repubblica 12.717.923 voti; a favore della monarchia 10.719.284 voti, con uno scarto di 1.998.639 voti.
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Terza anomalia: vengono diffusi finalmente i dati sulle schede nulle e le schede bianche: 1.498.136 .
Una settimana prima (11 Giugno) che il comunicato della Corte di Cassazione arrivi in parlamento, il Consiglio dei Ministri si consulta e ritiene che interpretando correttamente l’Art. 2 del decreto del 15 marzo 1946, il quale proclamato l’esito del referendum, “open legis” i poteri del Capo dello Stato debbano essere assunti dal Presidente del Consiglio, e così De Gasperi diventa Capo dello Stato. Inoltre, la Corte di Cassazione respinge le eccezioni riguardanti il quorum e la mancata votazione a Trieste e Bolzano, che non costituisce motivo per invalidare i risultati del referendum. Il Re Umberto II invio lo stesso giorno, la sua contrarietà a tale scelta, soffermandosi sul fatto che la Corte Suprema non ha ancora emesso la sentenza definitiva del risultato referendario (che non arriverà mai). Si complica così il passaggio dei poteri dopo i vari incontri tra De Gasperi e il Re. I partiti politici invitano De Gasperi a uscire dalla situazione, prendendo rapidamente una decisione perché l’incertezza è pericolosa per il Paese. Il 13 Giugno, il governo riafferma la promulgazione dei risultati referendari e instaura un “regime transitorio” durante il quale, fino a quando l’Assemblea costituente non abbia nominato il capo provvisorio dello stato, l’esercizio della funzione del capo dello stato medesimo spetta “ope legis” al presidente del consiglio in carica. Lo stesso giorno Re Umberto II scrive una lettera (mai resa pubblica e mai riportata nei testi di storia della scuola italiana) indirizzata al popolo italiano e alle 16.07 dall’aeroporto di Ciampino si imbarca per fare scalo a Madrid e per poi proseguire il giorno dopo per Lisbona dove passerà il resto dei suoi giorni. La lettera non è l’atto conclusivo di una pagina di storia che ha un inizio ed una fine, non è l’atto con il quale decide di accettare l’esilio perpetuo in un paese straniero, lontano dalla sua patria e dal suo popolo, ma l’atto provvisorio di una situazione inverosimile, in attesa che la suprema corte di Cassazione faccia il suo dovere, dovere che non arriverà mai:
Italiani! Nell’assumere la Luogotenenza Generale del Regno prima, e la Corona poi, io dichiarai che mi sarei inchinato al voto del popolo, liberamente espresso, sulla forma istituzionale dello Stato. Eguale affermazione ho fatto subito dopo il 2 Giugno, sicuro che tutti avrebbero atteso le dicisioni della Corte di Cassazione, alla quale la legge ha affidato il controllo e la proclamazione dei risultati definitivi del Referendum. Di fronte alla comunicazione di dati provvisori o parziali fatta dalla Corte di Cassazione; di fronte alla sua riserva di pronunciare entro il 18 Giugno il giudizio sui reclami e di far conoscere il numero dei votanti e dei voti nulli; di fronte alla questione sollevata e non risolta nel modo di calcolare la maggioranza, io ancor ieri ho ripetuto che era mio diritto e dovere di Re attendere che la Corte di Cassazione facesse conoscere se la forma istituzionale repubblicana avesse raggiunto la maggioranza voluta. Improvvisamente, questa notte, in spregio alle leggi ed al potere indipendente e sovrano della Magistratura, il governo ha compiuto un gesto rivoluzionario, assumendo con atto unilaterale ed arbitrario poteri che non gli spettavano e mi ha posto nell’alternativa di provocare spargimento di sangue o di subire violenza. Confido che la Magistratura, le cui tradizioni di indipendenza e di libertà sono uno delle glorie d’Italia, potrà dire la sua libera parola; ma non volendo opporre la forza al sopruso, né rendermi complice della illegalità che il governo ha commesso, io lascio il suolo del mio Paese, nella speranza di scongiurare agli italiani nuovi lutti e nuovi dolori. Compiendo questo sacrificio nel supremo interesse della Patria, sento il dovere, come italiano e come Re, di elevare la mia protesta contro la violenza che si è compiuta: protesta nel nome della Corona e di tutto il popolo, entro e fuori i confini, che aveva il diritto di vedere il suo destino deciso nel rispetto della legge in modo che venisse dissipato ogni dubbio e ogni sospetto. A tutti coloro che ancora conservano la fedeltà alla Monarchia, a tutti coloro il cui animo si ribella all’ingiustizia, io ricordo il mio esempio, e rivolgo l’esortazione a voler evitare l’acuirsi di dissenzi che minaccerebbero l’unità del Paese, frutto della fede e del sacrificio dei nostri Padri, e potrebbero rendere più gravi le condizioni del trattato di pace. Con l’animo sereno colmo di dolore, ma con la serena coscienza di aver compiuto ogni sforzo per adempiere ai miei doveri, io lascio la mia Patria. Si considerano sciolti dal giuramento di fedeltà al Re, non da quello verso la Patria, coloro che lo hanno prestato e che vi hanno tenuto fede attraverso tante durissime prove. Rivolgo il mio pensiero a quanti sono caduti nel nome d’Italia e il mio saluto a tutti gli italiani. Qualunque sorte attenda il nostro Paese, esso potrà sempre contare su di me come sul più devoto dei suoi figli. Viva l’Italia!
Re Umberto II non ha mai abdicato ed anzi, in base alle dichiarazioni fatte successivamente dal medesimo durante il suo lungo solitario ed estenuante esilio forzato – a seguito del discusso referendum istituzionale che lo stesso Massimo Caprara segretario dell’On. Palmiro Togliatti ha rivelato che vi fu un aiutino di oltre 3 Milioni di schede – , ha sempre affermato che si trattò di un Colpo di Stato del Governo De Gasperi e che non avrebbe riconosciuto neppure l’esito del referendum in caso di vittoria per la monarchia. La Repubblica Italiana non è mai stata Proclamata all’indomani da parte della Suprema Corte di Cassazione che aveva competenza giurisdizionale per il risultato dei voti e per la pronuncia dell’esito del referendum. Continuerà a rimanere il mistero sul numero complessivo degli aventi diritto al voto, conteggiati in 28.005.449 contro i 24.000.000 effettivi; il numero delle schede nulle non conteggiate nella definizione del quorum di maggioranza. La Corte di Cassazione, alla quale competeva de jure legis di verificare la regolarità del voto e di proclamare ufficialmente i risultati referendari, fu “intimidita e sopraffatta”. Il Governo, con un colpo di mano (che fu in effetti un vero e proprio colpo di Stato) nella notte tra il 12 e il 13 Giugno s’impadronì del potere, nominando Alcide De Gasperi capo provvisorio dello Stato.