Il Giornalismo italiano, che io senza remore ho sempre definito: ignorante, petulante e deficiente, non si è certamente preoccupato minimamente di analizzare quello che stava per capitare in Kosovo e in Bosnia, secondo un’ottica precisa e imparziale, non curandosi delle scelte (sbagliate) fatte dal nostro Governo in politica estera, in modo tale da dare uno spunto di riflessione intelligente e ragionato, non tanto di quello che stava avvenendo dal punto di vista giuridico, ma di quello che poteva accadere in seguito dal punto di vista politico e sociale. Niente di tutto questo, è così come un grande gregge di pecore, tutti quanti a festeggiare la formale indipendenza kossovara, come se fosse avvenuto chissà quale lieto evento. Le reazioni, però, non si sono fatte attendere: il governo di Belgrado ha detto che non riconoscerà mai il Kosovo come Stato Indipendente e che non rinuncerà alla tutela su di esso; il Cremlino ha minacciato di ripuntare i propri missili sulle basi Nato dell’Europa, comprese quelle italiane; l’Ambasciata americana in Serbia viene incendiata e una persona perde la vita, e mezzo milione di cittadini serbi scendono in piazza per protestare contro l’Unione Europea, contro la Nato, contro gli Stati Uniti e contro le Nazioni Unite. Il Governo russo in attesa del prossimo vertice Nato, non esclude l’intervento militare. In tutto questo, il giornalismo italiano come analizza il fatto? Lo analizza sottovoce, e limitandosi a dare del dittatore, al politico più democratico che i Balcani si ritrovano da 30 anni a questa parte. Complimenti davvero.
Ad Enzo Bettiza del quotidiano torinese La Stampa, mi permetto di offrirgli un piccolo, ma edificante, ricordo storico:
Il 28 giugno 1914 l’erede al trono austro-ungarico, Francesco Ferdinando d’Asburgo, cadde sotto i colpi di un irredentista slavo a Sarajevo, capitale della Bosnia-Erzegovina, provincia annessa da poco all’Impero. L’episodio, il casus belli che determinerà lo scoppio della I Guerra Mondiale, non fu di per sé più grave di altri regicidi o attentati a esponenti delle casate regnanti di cui l’Europa fu testimone dalla fine dell’Ottocento. Ma Vienna attribuì alla vicina Serbia, che da tempo alimentava l’opposizione anti-austriaca delle popolazioni slave sottomesse agli Asburgo, la responsabilità dell’assassinio. L’accusa fu pretestuosa: l’attentato ebbe luogo nel territorio dell’Impero, gli autori materiali erano sudditi austriaci e le prove di un effettivo coinvolgimento della Serbia si avranno solo a guerra conclusa. Tuttavia per l’Austria questa è l’occasione per giungere a una soluzione radicale – sia essa politica oppure militare – del problema serbo: fare i conti una volta per tutte con quel nido rivoluzionario che dal confine orientale minacciava l’unità dell’Impero. E se Vienna, fino ad allora, manifestò ancora una certa esitazione nel compiere i passi che avrebbero condotto alla guerra, c’era comunque l’alleata Berlino, che invece non aspettava altro che di lanciarsi in un conflitto simile. Così l’Austria-Ungheria del vecchio Francesco Giuseppe si lascierà trascinare dalla Germania del giovane Guglielmo II nel braccio di ferro. Dopo un primo momento di incertezza, il 23 luglio 1914 Vienna presenterà alla Serbia un ultimatum dalle condizioni inaccettabili per uno Stato sovrano. Si pretenderà da Belgrado lo scioglimento di tutte le organizzazioni politiche e patriottiche, il divieto di ogni forma di propaganda anti-austriaca, la partecipazione di funzionari asburgici alle indagini governative in territorio serbo sulle responsabilità dell’atto terroristico. Forte dell’appoggio russo, la Serbia respingerà parte delle richieste e ordinerà la mobilitazione generale. Spronata dalla Germania, l’Austria-Ungheria risponderà con la dichiarazione di guerra. E’ il 28 luglio. Il meccanismo delle alleanze sospingerà Berlino, Mosca, Londa e Parigi negli opposti schieramenti: entro la prima settimana di agosto l’Europa precipiterà nella I Guerra Mondiale.
Ho voluto, apposta, sottolineare in questo passaggio alcune righe, proprio perché ritengo che valga la pena leggerle e rileggerle più volte con attenzione, per capire esattamente cosa sta succedendo in questo momento nei Balcani, ma soprattutto cosa può succedere in futuro.