Orgoglio nazionale e pregiudizi ideologici.
Non ho mai votato a Sinistra, mai avute simpatie per nessun partito della Sinistra Italiana, mai pensato di dare anche soltanto una volta il mio voto ad un partito che fosse esplicitamente inquadrato nella Sinistra Italiana. Non ho mai avuto, nemmeno, simpatie autonomiste o indipendentiste e quindi non sono mai stato vicino a nessun partito locale che avesse in un modo o in un altro, come humus politico-culturale la tradizione sardista. Sono uno che sin da piccolo mi sono sempre considerato prima italiano e poi sardo. Uno che per motivi familiari (troppo lunghi per essere spiegati in questo Blog) è sempre stato molto attaccato all’identità risorgimentale e a quello che quell’identità ha sempre rappresentato fino alla nascita della Repubblica Italiana. Sono stato cresciuto, per usare una frase dei tempi dei miei nonni “a pane e risorgimento”. Siccome, il Risorgimento ha rappresentato quella parte della storia d’Italia che portò all’Unità della stessa, e che fu partorita con un’autentica “rivoluzione liberale”, io non potevo esimermi nel divenire un liberale, un conservatore liberale per essere più esatti: ovvero, un italiano che ama le proprie tradizioni e del suo Paese, ma nello stesso tempo non si chiude in un guscio, ma che attinge alla più incredibile dottrina politica e umana che sia mai stata concepita: il liberalismo e la sua deviante economica “liberalismo”. Per questo motivo, ho sempre fatto un netto distinguo tra patriotismo e nazionalismo, perché essere patrioti significa (in senso lato) amare il proprio Paese e la propria gente e amare la propria Patria significa amare tutte le patrie. Essere nazionalista, significa invece amare il proprio Paese e per difendere questo amore, essere disposti a calpestare il Paese degli altri. Per questo motivo, preferisco rivolgermi agli italiani chiamandoli compatrioti e non connazionali, proprio per marcare questa netta differenza che per me è fondamentale. E visto che tutto ciò che noi siamo lo dobbiamo al Risorgimento e che il Risorgimento è stato compiuto grazie alla volontà e il coraggio di molti patrioti, ma i principali furono soltanto due: il Re Vittorio Emanuele II e il Conte di Cavour, non potevo che essere un Conservatore liberale, monarchico e di Destra. All’indomani dell’Unità d’Italia, la nostra Patria fu governata ininterrotamente da governi di destra, fino a poco dopo l’annessione della Città di Roma avvenuta nel 1870. Fino a quel momento, l’Italia era una grande nazione, liberale, laica, e naturalmente monarchica. Poi intorno al 1880 iniziarono a succedersi uno dietro l’altro soltanto governi di Sinistra, erano i tempi in cui nacquero grandi movimenti politici di massa e popolaristici, come il Partito Socialista e i movimenti dei Cattolici. Così, iniziò la lenta e inesorabile agonia dello Stato Italiano, della nostra Patria, che con l’avvento del fascismo, guidato da un ex-socialista, portò alla sconfitta di tutto ciò che era stato costruito grazie al Risorgimento e ai nostri grandi patrioti. L’avvento della Repubblica Italiana, ha soltanto finto di portare libertà, giustizia e democrazia. In realtà, non ha fatto altro che consolidare un pensiero astratto di cosa deve essere una vera democrazia evoluta e a distanza di Sessant’anni, molti italiani stanno incominciando a rendersene conto finalmente. Oggi è il 17 Marzo, e ricorre il 147° Anniversario dell’Unità d’Italia. Oggi è l’Indipendence Day del Popolo Italiano e della nostra amata Patria. Ma non fatevi molte illusioni, di veder menzionato questo avvenimento nei giornali o nelle televisioni. Felice 17 Marzo a tutti.
LA RIVOLUZIONE ITALIANA – COME FU FATTA L’UNITA’ DELLA NAZIONE
di DOMENICO BONVEGNA – http://www.brigantaggio.net
Gli italiani leggono poco ma si appassionano alle dispute storiche, in particolare
alla storia del Risorgimento. L’anno che è appena trascorso ha visto numerose
polemiche e discussioni in merito al cosiddetto revisionismo storico con particolare
riguardo alla nascita dell’unità d’Italia, toccando il massimo della rissosità in
occasione della beatificazione del papa Pio IX. Qualche mese prima la casa
editrice ARES di Milano (www.ares.mi.it) pubblicava il volume di Patrick Keyes
O’Clery, “La Rivoluzione Italiana”, un corposo scritto di ben 780 pagine, in realtà
si tratta della fusione di due libri. Il primo mai tradotto in Italia, scritto nel 1875, sotto
il titolo : The Revolution of barricades, costituisce un’ampia rivisitazione della storia
italiana a partire dalla Rivoluzione Francese, fino ai moti del 48, con particolare
riguardo alla storia dei Papi che hanno contribuito a costruire la nazione italiana e
soprattutto l’Europa cristiana. “Non si tratta di un’augusta apologia del Papa rescrive
Alberto Leoni nella presentazione – ma dell’esaltazione del buon governo in
quanto capace di scelte concrete ed efficaci, in contrapposizione all’astrattezza
dell’ideologia”. Il secondo volume, The making of Italy, del 1892 è invece la
ricostruzione delle fasi conclusive del nostro Risorgimento fino alla presa di Roma.
Questa parte è stata pubblicata in Italia nel lontano 1897 e poi negli anni ottanta. Il
testo di O’Clery è una lettura utile, scritto con obiettività, non riduce la Storia a un
complotto, anche se condanna il modo di unificazione dell’Italia da parte della
ristretta èlite liberale, lo fa sempre però presentando le fonti filorisorgimentali,
quelle ufficiali. Lo scrittore irlandese sicuramente rappresenta un pioniere di quel
revisionismo storiografico che ha preso corpo da qualche anno “e al quale
guardano con diffidenza le vestali di un certo Risorgimento, tramandato a
generazioni di italiani come religione civile della nuova Italia in sostituzione del
Cattolicesimo”. Quando riferisce che Pio IX auspicava per l’Italia una Lega
Federativa, una Confederazione che avrebbe incluso lo Stato Pontificio, il Regno di
Sardegna, il Granducato di Toscana, il Regno delle due Sicilie, con la presidenza di
Pio IX stesso, lo fa con assoluta serenità ponendo all’attenzione dei lettori “ la
bozza del trattato per la Lega Italiana” in appendice alla prima parte : “questo
documento è così importante da poter essere ritenuto un monumento all’opera di
Pio IX […]Sfortunatamente il documento non venne mai ratificato e, ancora una
volta, fu il Piemonte a rovinare la speranza dell’unità italiana”. Una Confederazione
che i rivoluzionari rifiutarono sempre, perché volevano fare una Italia unita, ma
contro il Papato. Infatti fu evidente nel 1849 nella cosiddetta 1 guerra
d’indipendenza, quando fu impedito a Carlo Alberto di accettare le proposte
dell’Austria, che avrebbe ceduto la Lombardia al Piemonte e Venezia sarebbe
diventata uno Stato indipendente. Mentre i rivoluzionari al sud con le insurrezioni di
Calabria, Napoli e Sicilia, costrinsero re Ferdinando a ritornare a Napoli per
difendere il suo trono. “Proprio quando tutti sarebbero dovuti essere uniti contro il
nemico comune (l’Austria)”. Il Piemonte per invidia non accettò le proposte di
federazione di Pio IX, e così gli eserciti federali, invece di marciare insieme per
liberare il suolo della propria Patria dalla dominazione straniera, furono sciolti. “Non
va dimenticato – scrive O’Clery – che PioIX fu il primo a proporre la Lega italiana,
che il granduca di Toscana e il tanto calunniato re Ferdinando erano pronti a
contribuire al costituirsi della confederazione e che il solo ostacolo a questo
processo politico fu il Piemonte, allora sotto l’influenza del partito rivoluzionario. I
veri nemici dell’Italia erano nei ranghi di quel partito, nemici ancora peggiori degli
Austriaci. Decisi a compiere il loro progetto, la formazione di una Repubblica
italiana atea che si estendesse dalle Alpi alla Sicilia, si opposero all’idea della Lega
perché il Papa ne era il promotore e perché sarebbe stato un ostacolo
insormontabile per i loro piani”. Nella seconda parte del testo :la formazione del
Regno d’Italia, O’Clery dà conto della strategia politica di Camillo Benso conte di
Cavour, abile manovratore nel tessere una politica di acuta doppiezza. “Il gioco
delle parti” tra Cavour e i rivoluzionari Mazzini e Garibaldi è sempre presente nel
testo, il primo manifesta moderazione nell’opera di demolizione del potere
Pontificio, mentre i secondi attaccano apertamente la Chiesa e il suo Pontefice.
Entrambi svolgono la stessa opera di conquista delle terre italiane alla
Rivoluzione. Particolare risalto lo scrittore irlandese, dedica alla spedizione dei
Mille di Garibaldi che ottiene una facile vittoria sui Borboni grazie all’azione
cospiratrice del governo inglese attraverso i suoi uomini Lord Palmerston,
Gladstone e Russell. Ma soprattutto grazie anche al tradimento dei generali di
Francesco II che preferirono non combattere. Quando invece combatterono, sul
Volturno o nella fortezza di Gaeta seppero dimostrare il proprio valore al mondo.
Un rilievo considerevole viene dato al Brigantaggio sviluppatosi nel meridione
d’Italia, subito dopo la cosiddetta “liberazione” ad opera degli eserciti piemontesi. Il
popolo dell’ex Regno delle due Sicilie fu protagonista dal 1860 al 65 di una vera e
propria insurrezione contro le misure centralizzatrici dei Liberali di Torino. I
“Briganti” insorsero per difendersi dalla politica impositiva dei Savoia, Vittorio
Emanuele II risponde con una spietata repressione operata prima dal generale
Pinelli e poi da Cialdini con un esercito di 120 mila uomini mettono a ferro e fuoco
gli Abruzzi, il Molise, la Basilicata e la Calabria. Nel descrivere questa sanguinosa
“guerra civile” O’Clery si rifà alle fonti ufficiali, quelle dei Piemontesi, nel testo
pubblica alcuni proclami sottoscritti dai comandanti dell’esercito Piemontese, dove
per sopprimere il cosiddetto “brigantaggio” era prevista la fucilazione con o senza
processo, di tutti coloro che erano presi con le armi in pugno; saccheggio delle città
e dei villaggi ribelli; arresto delle persone sospette e dei “parenti dei briganti”;
distruzione delle capanne, obbligo di murare tutti i casolari isolati; allontanamento
degli uomini e del bestiame dalle campagne e raccolto in un luogo sotto il controllo
dell’esercito; incriminazione di qualsiasi comportamento neutrale; rigida censura
sulla stampa. “Questi proclami- scrive O’Clery – non furono vane minacce”. Chi non
fu ucciso combattendo, finì nelle carceri napoletane, se ne contano circa 80 mila di
reclusi, senza nemmeno sapere la propria imputazione, morirono di malattia nelle
prigioni infette e affollate. Appare evidente che l’unità fu imposta all’Italia
meridionale col terrore e la distruzione, e che “i liberatori” schiacciarono le vere
aspirazioni del popolo con esecuzioni e incarcerazioni di massa. “La Rivoluzione
Italiana” si conclude con l’occupazione di Roma e l’ignobile farsa del plebiscito
romano. Qui la riflessione si fa più articolata, la narrazione più calda e anche la
proposta politica dell’autore più completa. L’autore, ricorda l’eroismo dei “suoi”
irlandesi nella difesa di Spoleto, ma soprattutto la gloriosa vittoria delle truppe
Pontificie a Mentana, dove il generale Klanzer, nonostante l’inferiorità numerica dei
suoi zuavi riuscì a sconfiggere l’esercito rivoluzionario alla guida di Garibaldi. La
presa di Roma da O’Clery, viene considerata come una vera e propria invasione,
una aggressione, “un reale atto di brigantaggio” da parte di un potente esercito di
65 mila uomini al comando di Cadorna contro 13 mila zuavi, tutti volontari decisi a
difendere Pio IX. “Roma, intanto, era assolutamente tranquilla e non c’era il minimo
segno di turbamento dell’ordine pubblico, non un solo episodio che significasse
simpatia verso gli invasori o malcontento verso il governo pontificio”. Il 20
settembre 1870 precisamente alle ore 10,10 si conclude la guerra contro il più
mansueto, il più amabile, il più amato sovrano del mondo, il Papa. “Contro il grande
crimine commesso, giunsero proteste da tutto il mondo cattolico”, anche nel
Parlamento italiano ci furono numerose proteste contro l’annessione. Nell’ultimo
capitolo, O’Clery fa delle riflessioni politiche probabilmente utili anche ai giorni
nostri, dopo aver sottolineato come la Rivoluzione italiana abbia portato miseria e
decadenza, a un debito colossale, del tutto sproporzionato alle risorse del Paese, e
a una tassazione elevata a causa delle costosissime guerre e rivoluzioni, si schiera
a favore di un’Italia Federalista : “Sono l’ultimo a credere che non fosse necessario
mutare lo stato delle cose in Italia, l’ultimo a negare che vi fosse del buon senso
nell’aspirazione all’unità nazionale. Ma c’è una differenza tra le riforme operate da
veri statisti e la Rivoluzione rossa, perché l’unità costruita per mezzo della
cancellazione delle libertà e delle istituzioni locali, la riduzione di uno Stato a un
sistema burocratico centralizzato, è un’unità che porta con sé i germi della propria
distruzione. Non si saprà mai quanto l’Italia avrebbe guadagnato se, invece di
essere trascinata con violenza all’unità voluta da Cavour, fosse stata unificata da
un sistema federale, tale da non soffocare le autonomie locali del Sud, del Centro e
del Nord. Questo era il progetto auspicato da Gioberti nel 1848 e accettato da Pio
IX”.
S.Teresa di Riva, 12 gennaio 2001
S. Modesto martire