Liberalblog si concede una pausa. Si riprenderà regolarmente, a partire dal 1° Settembre. Buone vacanze a tutti voi.
Pausa estiva.
12 martedì ago 2008
Posted in Personale
12 martedì ago 2008
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11 lunedì ago 2008
Posted in Asia, Internazionale
La tragedia che è calata sulla Georgia e sull’Ossezia del Sud, non è altro che l’epilogo più volte annunciato e che ha iniziato a maturare quattro anni or sono. Era il 2004, quando nel mese di gennaio Mikhail Saakashvili veniva eletto con un vero plebiscito e succedendo così a Eduard Shevardnadze, che aveva guidato lo Stato georgiano per dieci anni consecutivi. Si concludeva con quelle elezioni, un percorso politico partito l’anno precedente che fu ribattezzato “la rivoluzione delle rose”. La particolare attenzione del nuovo presidente georgiano verso gli Stati Uniti (con diversi Miliardi di Dollari che si sono diretti a Tbilisi); le modifiche costituzionali, tra le quali il ripristino del Primo Ministro, che viene nominato e rimosso, a totale discrezione del Presidente Saakashvili, hanno contribuito ad accendere la miccia che poi nei giorni scorsi ha fatto esplodere l’Ossezia e parte della stessa Georgia. Inoltre, c’è un terzo motivo, che non va dimenticato, di contrasto tra Mosca e Tbilisi ed è la Valle di Pankisi. Un area nel confine tra Georgia e Cecenia, abitata da ceceni “Kistintsy”, ma che da anni il Cremlino accusa il governo georgiano di permettere soprattutto nei mesi invernali di accogliere gruppi ceceni fondamentalisti, che usano la Valle come rifugio, come area di addestramento e per far transitare guerriglieri e terroristi ceceni, ma anche terroristi stranieri provenienti soprattutto dal mondo arabo, e che entrano nel territorio con i visti georgiani. Di contorno, ci sono certamente motivazioni strategiche ed economiche. La Georgia ha sempre detto di essere disponibile ad ospitare basi aeree americane, così come di entrare a pieno titolo nel diversicato telaio dei condotti petrolifici e di quelli del gas naturale. Insomma, dietro le immagini terrificanti dei civili ossezi e geogiani che scappano dai bombardamenti russi, c’è un pò di tutto: dalla guerra fredda agli interessi economici e a quelli geopolitici.
09 sabato ago 2008
Posted in Famiglia Leone
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In quanto linguaggio figurato, l’araldica è caratterizzata da sue regole sintattiche e grammaticali ben precise: le prime si riferiscono alla composizione e alla distribuzione delle figure nello scudo, le seconde all’uso di figure e colori. La descrizione delle armi con linguaggio araldico, detto “blasonatura”, prevede un articolato sistema di tecniche e convenzioni evolutesi col tempo, a partire dall’originario nucleo di terminologia utilizzato dagli araldi. Non è difficile apprendere i termini tipici della scienza araldica e i nomi delle varie parti dell’arma. Questa, infatti, è costituita da uno scudo, da un cimiero ed eventualmente da un motto. Lo scudo, o stemma, è il fondamento dell’arma e ne costituisce la parte originale e indispensabile. Il cimiero (molto diffusi erano quelli zoomorfi) è posto sopra lo scudo. Il motto, che può essere in una qualsiasi lingua, è per lo più in latino, in francese o inglese. Molte armi comprendono, oltre allo scudo anche un elmo e/o supporti (o tenenti, o sostegni). Molte armi sono caratterizzate anche da altri accessori come il lambrecchino (o svolazzo) e la corona (o cercine). Il lambrecchino serviva originariamente a proteggere il cavaliere dai raggi del sole e ad evitare che l’elmo si arrugginisse o si ossidasse. La corona è simbolo di rivestimento protettivo applicato in corrispondenza del punto in cui il cimiero poggia sull’elmo. E’ importante notare che la parola “blasone” è il termine tecnico più appropriato per “cotta d’armi” (o “arma”). Gli elementi fondamentali per leggere un’arma sono: i colori, le partizioni e le figure. La forma dello scudo è, invece, un elemento di secondaria importanza, che risulta, piuttosto, funzionale ad un diverso scopo – quello di localizzarlo, sia in termini cronologici che logistici. La forma dello scudo ci consente quindi di risalire sia al periodo d’origine sia alla zona geografica dove questo veniva prevalentemente usato. Nato, in origine, come arma difensiva utilizzata nei combattimenti sulla quale veniva spesso e volentieri dipinto lo stemma del cavaliere che ne faceva uso, lo scudo subì, nel corso dei secoli, notevoli modificazioni, che riguardarono sia il materiale con il quale era costruito e sia la forma in veniva foggiato. Così, se agli albori della sua storia lo scudo era piuttosto grande e aveva la forma di una mandorla, in un secondo momento si fece sempre più sentita l’esigenza di ridurne l’ingombro affinché il cavaliere potesse tenere la pesante lancia con il braccio destro e condurre il cavallo con la mano sinistra. Per questo motivo, gli scudi del XIII Secolo tendono ad assumere dimensioni più piccole, oltre che una forma prevalentemente triangolare. L’evoluzione successiva vide lo scudo assumere sagome sempre più fantasiose, per lo più con finalità decorative, finché, persa del tutto la sua funzionalità, cessò di essere utilizzato a copo difensivo negli scontri bellici. Persa la valenza militare, lo scudo cominciò a diffondersi sempre più come elemento costitutivo e ornamentale-iconografico delle insegne araldiche. Col tempo, si arricchì poi di altri elementi decorativi quali il “timbro”, che attestava la dignità e il grado del titolare e l’elmo, ornato da svolazzi, corona e/o cimero. Nel XIV Secolo, l’elmo venne sostituito da cappelli o berretti di varia forma, utilizzati come simboli di dignità secolare o ecclesiastica. Il Secolo successivo vide la comparsa delle corone, che indicavano il grado nobiliare della famiglia titolare o lo stato di autarchia se il titolare dello scudo era, invece, un ente. Con l’avvento dell’epoca moderna, venne ripristinato l’uso degli elmi, disegnati in varie forme e posizioni. Tra gli scudi degni di essere menzionati, ricordiamo quello rettangolare degli Antichi Romani, detto “targa”, quello rotondo, detto “rondaccia” o “rondella”, quello degli Antichi Galli, di forma rettangolare o quadrata, quello ovale di origine italiana, quello banderale (o “a bandiera”) portato dagli Inglesi, e quelli francesi, in legno, di forma rettangolare e arrotondati sulla parte inferiore, oppure a losanga.
08 venerdì ago 2008
Posted in Asia, Diritti Civili, Internazionale, U.S.A.
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Il Presidente Americano George W. Bush ha manifestato la sua preoccupazione a proposito dei Diritti Civili in Cina, a poche ore dall’inaugurazione dei Giochi Olimpici di Pechino e a pochi mesi dal termine del suo mandato presidenziale. Non si è affatto preoccupato, invece, in otto anni di presidenza alla Casa Bianca, di cancellare la pena di morte dall’ordinamento del suo Paese e di evitare quello scempio umano e giuridico che è stato Guantanamo.
07 giovedì ago 2008
Posted in Famiglia Leone
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Sin dal XIII Secolo, i blasoni e le armi (cioè il complesso di tutte le figure, gli emblemi, le pezze, gli smalti, gli ornamenti e i contrassegni d’onore che attestano la nobiltà di una famiglia o che consentono di distinguere una nazione, provincia o città dalle altre) sono stati oggetto di grande interesse, oltre che materia di indagine storica. E non è difficile comprendere perché, dopo sette secoli, si continuino a condurre ricerche e studi sui blasoni che, in numero ormai superiore al mezzo milione, sono stati depositati da singole persone assieme ai rispettivi cognomi.Particolare inteessante è l’evoluzione del termine “cotta d’armi”, o “cotta d’arme”. Poiché, nel Medioevo, la guerra era all’ordine del giorno, l’uniforme di battaglia dei cavalieri si arricchì sistematicamente di un numero sempre crescente di armature, finché i combattenti risultarono protetti dalla testa ai piedi. Poiché l’armatura metallica comprendeva anche un elmo atto a proteggere la testa, era pressoché impossibile distinguere un cavaliere dall’altro. Per evitare equivoci sul campo di battaglia (con il rischio, magari di ferire un amico), si rese necessario escogitare un sistema di identificazione dei combattenti. Dapprima si pensò ai colori: i cavalieri cominciarono così a dipingere motivi colorati sui propri scudi di battaglia. In un momento successivo, gli stessi motivi vennero ripresi e riprodotti sul tessuto della sopravveste indossata sull’armatura e sulle bardature dei cavalli. L’insegna colorata veniva esibita con orgoglio. Man mano che nascevano nuovi motivi, si rese necessario registrarli o depositarli per tutelarne i “diritti d’autore” ed evitare che più cavalieri si avvalessero della stessa insegna. Si cominciarono così a tenere appositi registri, chiamati “stemmari” o “armoriali”, che conferivano a ciascun cavaliere il diritto d’uso esclusivo della rispettiva arma. La parola “araldica” deriva da “araldo”, cioé colui che, nel Medioevo, aveva il compito di registrare i blasoni in occasione di giostre e tornei. All’epoca della cavalleria, tornei e giostre erano molto in voga. In tali occasioni, ciascun combattente veniva presentato alla folla da un araldo che, dopo alcuni squilli di tromba, annunciava le gesta del cavaliere e ne descriveva il blasone. Successivamente, furono proprio gli araldi a introdurre la consuetudine di registrare i blasoni negli armoriali per tutelarne i diritti di proprietà. L’evoluzione dei blasoni è strettamente connessa alla scienza araldica e alla storia. L’araldica consente di studiare l’affascinante mondo medievale, con i suoi usi e costumi, e ci permette di fantasticare su come potesse essere la vita dei nostri antenati. Per esprimere determinate caratteristiche, aspetti particolari, fatti d’importanza storica o aspirazioni personali, si soleva far ricorso a simboli tratti dal linguaggio figurativo quali animali, vegetali, elementi naturali o oggetti inanimati. Il capriolo, ad esempio, era simbolo di protezione e veniva spesso dipinto sugli scudi per celebrare le gesta eroiche compiute dal cavaliere. Il simbolo (o l’insegna) riprodotto sul blasone era, in genere, sintomatico di un modo d’essere della persona. Alcuni blasoni si pongono, addirittura, come la trasposizione figurativa del nome della persona. Così, ad esempio, sul blasone della famiglia Marino saranno raffigurati delfini o pesci. L’arma può rivelare anche il mestiere di una persona, oppure esprimere caratteristiche meno tangibili quali speranze, desideri e aspirazioni del beneficiario originario del blasone. Simbolo della speranza è un covone di grano, quello della gioia una ghirlanda di fiori o una rosa rossa. Le croci e i simboli religiosi, invece, indicavano che la persona si sentiva molto vicina al proprio Dio, oppure che il cavaliere era veterano delle campagne belliche più sanguinarie: le Crociate. Alcune famiglie si sono tramandate propri motti, frasi o sentenze attraverso i secoli. Il motto può derivare da un antico grido di battaglia, oppure da una semplice variante del cognome. Può esprimere pietà, speranza o determinazione, oppure commemorare un’azione o un avvenimento passato. La tradizione storica dei blasoni si fa più complessa e articolata all’aumentare della complessità dei motivi. Nel 1419, Enrico V d’Inghilterra si vide costretto a introdurre un rigoroso codice di regolamentazione dell’uso delle armi, poiché queste si erano rivelate spesso oggetto di contestazioni a Corte. Il Re proibì così l’adozione delle armi se non per diritto ereditario, o come regalìa elargita dalla Corona. Successivamente, Enrico VIII inviò gli araldi “in visita” nelle Contee in veste di esperti Regi competenti in materia d’armi. Per quanto incredibile possa sembrare ai giorni nostri, l’unico scopo di queste “visite”, che continuarono per quasi due secoli, una nell’arco di ogni generazione, era di verificare, censire o interdire l’uso dei blasoni. E’ interessante notare che la lingua più utilizzata dagli araldi era il francese di Normandia, all’epoca la lingua di Corte. Un’altra curiosità da segnalare è che anche il blasone più complesso non comprende più di una frase. Secondo le regole dell’Araldica, solo ai figli primogeniti spettava il diritto di portare l’arma del proprio genitore. I figli cadetti, invece, potevano riutilizzare l’arma del Padre solo a condizione che, in ossequio alla tradizione araldica detta “spezzatura” (o, con un francesismo, “brisura”), si modificasse l’arma paterna per distinguere i diversi rami della famiglia. Se il portatore di un’arma (“armigero”) moriva senza eredi maschi, la figlia poteva unire l’arma del padre con quella del marito, secondo una pratica detta della “bipartizione”. Oggi sono più di un milione i cognomi in uso in tutto il mondo. Tuttavia, solo 75.000 hanno un loro blasone. Il primo blasone della Famiglia Leone è documentato ufficialmente dalla Rietstap’S Armorial General e la descrizione originaria dell’Arma (Stemma) è la seguente:
D’ARG. A’ DEUX LIONS AFFR. DE SA., SOUTENANT UN COEUR DE GU.
Nella traduzione, il blasone indica anche i colori originari dell’arma delle famiglie Leone come segue:
D’Argento, due leoni neri, affrontati, che afferrano insieme un cuore rosso.
Un blasone registrato ufficialmente con il proprio cognome, non implica alcun legame di carattere genealogico, anche se non si possa escludere a priori che vi sia consanguineità.