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Sin dal XIII Secolo, i blasoni e le armi (cioè il complesso di tutte le figure, gli emblemi, le pezze, gli smalti, gli ornamenti e i contrassegni d’onore che attestano la nobiltà di una famiglia o che consentono di distinguere una nazione, provincia o città dalle altre) sono stati oggetto di grande interesse, oltre che materia di indagine storica. E non è difficile comprendere perché, dopo sette secoli, si continuino a condurre ricerche e studi sui blasoni che, in numero ormai superiore al mezzo milione, sono stati depositati da singole persone assieme ai rispettivi cognomi.Particolare inteessante è l’evoluzione del termine “cotta d’armi”, o “cotta d’arme”. Poiché, nel Medioevo, la guerra era all’ordine del giorno, l’uniforme di battaglia dei cavalieri si arricchì sistematicamente di un numero sempre crescente di armature, finché i combattenti risultarono protetti dalla testa ai piedi. Poiché l’armatura metallica comprendeva anche un elmo atto a proteggere la testa, era pressoché impossibile distinguere un cavaliere dall’altro. Per evitare equivoci sul campo di battaglia (con il rischio, magari di ferire un amico), si rese necessario escogitare un sistema di identificazione dei combattenti. Dapprima si pensò ai colori: i cavalieri cominciarono così a dipingere motivi colorati sui propri scudi di battaglia. In un momento successivo, gli stessi motivi vennero ripresi e riprodotti sul tessuto della sopravveste indossata sull’armatura e sulle bardature dei cavalli. L’insegna colorata veniva esibita con orgoglio. Man mano che nascevano nuovi motivi, si rese necessario registrarli o depositarli per tutelarne i “diritti d’autore” ed evitare che più cavalieri si avvalessero della stessa insegna. Si cominciarono così a tenere appositi registri, chiamati “stemmari” o “armoriali”, che conferivano a ciascun cavaliere il diritto d’uso esclusivo della rispettiva arma. La parola “araldica” deriva da “araldo”, cioé colui che, nel Medioevo, aveva il compito di registrare i blasoni in occasione di giostre e tornei. All’epoca della cavalleria, tornei e giostre erano molto in voga. In tali occasioni, ciascun combattente veniva presentato alla folla da un araldo che, dopo alcuni squilli di tromba, annunciava le gesta del cavaliere e ne descriveva il blasone. Successivamente, furono proprio gli araldi a introdurre la consuetudine di registrare i blasoni negli armoriali per tutelarne i diritti di proprietà. L’evoluzione dei blasoni è strettamente connessa alla scienza araldica e alla storia. L’araldica consente di studiare l’affascinante mondo medievale, con i suoi usi e costumi, e ci permette di fantasticare su come potesse essere la vita dei nostri antenati. Per esprimere determinate caratteristiche, aspetti particolari, fatti d’importanza storica o aspirazioni personali, si soleva far ricorso a simboli tratti dal linguaggio figurativo quali animali, vegetali, elementi naturali o oggetti inanimati. Il capriolo, ad esempio, era simbolo di protezione e veniva spesso dipinto sugli scudi per celebrare le gesta eroiche compiute dal cavaliere. Il simbolo (o l’insegna) riprodotto sul blasone era, in genere, sintomatico di un modo d’essere della persona. Alcuni blasoni si pongono, addirittura, come la trasposizione figurativa del nome della persona. Così, ad esempio, sul blasone della famiglia Marino saranno raffigurati delfini o pesci. L’arma può rivelare anche il mestiere di una persona, oppure esprimere caratteristiche meno tangibili quali speranze, desideri e aspirazioni del beneficiario originario del blasone. Simbolo della speranza è un covone di grano, quello della gioia una ghirlanda di fiori o una rosa rossa. Le croci e i simboli religiosi, invece, indicavano che la persona si sentiva molto vicina al proprio Dio, oppure che il cavaliere era veterano delle campagne belliche più sanguinarie: le Crociate. Alcune famiglie si sono tramandate propri motti, frasi o sentenze attraverso i secoli. Il motto può derivare da un antico grido di battaglia, oppure da una semplice variante del cognome. Può esprimere pietà, speranza o determinazione, oppure commemorare un’azione o un avvenimento passato. La tradizione storica dei blasoni si fa più complessa e articolata all’aumentare della complessità dei motivi. Nel 1419, Enrico V d’Inghilterra si vide costretto a introdurre un rigoroso codice di regolamentazione dell’uso delle armi, poiché queste si erano rivelate spesso oggetto di contestazioni a Corte. Il Re proibì così l’adozione delle armi se non per diritto ereditario, o come regalìa elargita dalla Corona. Successivamente, Enrico VIII inviò gli araldi “in visita” nelle Contee in veste di esperti Regi competenti in materia d’armi. Per quanto incredibile possa sembrare ai giorni nostri, l’unico scopo di queste “visite”, che continuarono per quasi due secoli, una nell’arco di ogni generazione, era di verificare, censire o interdire l’uso dei blasoni. E’ interessante notare che la lingua più utilizzata dagli araldi era il francese di Normandia, all’epoca la lingua di Corte. Un’altra curiosità da segnalare è che anche il blasone più complesso non comprende più di una frase. Secondo le regole dell’Araldica, solo ai figli primogeniti spettava il diritto di portare l’arma del proprio genitore. I figli cadetti, invece, potevano riutilizzare l’arma del Padre solo a condizione che, in ossequio alla tradizione araldica detta “spezzatura” (o, con un francesismo, “brisura”), si modificasse l’arma paterna per distinguere i diversi rami della famiglia. Se il portatore di un’arma (“armigero”) moriva senza eredi maschi, la figlia poteva unire l’arma del padre con quella del marito, secondo una pratica detta della “bipartizione”. Oggi sono più di un milione i cognomi in uso in tutto il mondo. Tuttavia, solo 75.000 hanno un loro blasone. Il primo blasone della Famiglia Leone è documentato ufficialmente dalla Rietstap’S Armorial General e la descrizione originaria dell’Arma (Stemma) è la seguente:
D’ARG. A’ DEUX LIONS AFFR. DE SA., SOUTENANT UN COEUR DE GU.
Nella traduzione, il blasone indica anche i colori originari dell’arma delle famiglie Leone come segue:
D’Argento, due leoni neri, affrontati, che afferrano insieme un cuore rosso.
Un blasone registrato ufficialmente con il proprio cognome, non implica alcun legame di carattere genealogico, anche se non si possa escludere a priori che vi sia consanguineità.