Araldica: simboli e significati.
In quanto linguaggio figurato, l’araldica è caratterizzata da sue regole sintattiche e grammaticali ben precise: le prime si riferiscono alla composizione e alla distribuzione delle figure nello scudo, le seconde all’uso di figure e colori. La descrizione delle armi con linguaggio araldico, detto “blasonatura”, prevede un articolato sistema di tecniche e convenzioni evolutesi col tempo, a partire dall’originario nucleo di terminologia utilizzato dagli araldi. Non è difficile apprendere i termini tipici della scienza araldica e i nomi delle varie parti dell’arma. Questa, infatti, è costituita da uno scudo, da un cimiero ed eventualmente da un motto. Lo scudo, o stemma, è il fondamento dell’arma e ne costituisce la parte originale e indispensabile. Il cimiero (molto diffusi erano quelli zoomorfi) è posto sopra lo scudo. Il motto, che può essere in una qualsiasi lingua, è per lo più in latino, in francese o inglese. Molte armi comprendono, oltre allo scudo anche un elmo e/o supporti (o tenenti, o sostegni). Molte armi sono caratterizzate anche da altri accessori come il lambrecchino (o svolazzo) e la corona (o cercine). Il lambrecchino serviva originariamente a proteggere il cavaliere dai raggi del sole e ad evitare che l’elmo si arrugginisse o si ossidasse. La corona è simbolo di rivestimento protettivo applicato in corrispondenza del punto in cui il cimiero poggia sull’elmo. E’ importante notare che la parola “blasone” è il termine tecnico più appropriato per “cotta d’armi” (o “arma”). Gli elementi fondamentali per leggere un’arma sono: i colori, le partizioni e le figure. La forma dello scudo è, invece, un elemento di secondaria importanza, che risulta, piuttosto, funzionale ad un diverso scopo – quello di localizzarlo, sia in termini cronologici che logistici. La forma dello scudo ci consente quindi di risalire sia al periodo d’origine sia alla zona geografica dove questo veniva prevalentemente usato. Nato, in origine, come arma difensiva utilizzata nei combattimenti sulla quale veniva spesso e volentieri dipinto lo stemma del cavaliere che ne faceva uso, lo scudo subì, nel corso dei secoli, notevoli modificazioni, che riguardarono sia il materiale con il quale era costruito e sia la forma in veniva foggiato. Così, se agli albori della sua storia lo scudo era piuttosto grande e aveva la forma di una mandorla, in un secondo momento si fece sempre più sentita l’esigenza di ridurne l’ingombro affinché il cavaliere potesse tenere la pesante lancia con il braccio destro e condurre il cavallo con la mano sinistra. Per questo motivo, gli scudi del XIII Secolo tendono ad assumere dimensioni più piccole, oltre che una forma prevalentemente triangolare. L’evoluzione successiva vide lo scudo assumere sagome sempre più fantasiose, per lo più con finalità decorative, finché, persa del tutto la sua funzionalità, cessò di essere utilizzato a copo difensivo negli scontri bellici. Persa la valenza militare, lo scudo cominciò a diffondersi sempre più come elemento costitutivo e ornamentale-iconografico delle insegne araldiche. Col tempo, si arricchì poi di altri elementi decorativi quali il “timbro”, che attestava la dignità e il grado del titolare e l’elmo, ornato da svolazzi, corona e/o cimero. Nel XIV Secolo, l’elmo venne sostituito da cappelli o berretti di varia forma, utilizzati come simboli di dignità secolare o ecclesiastica. Il Secolo successivo vide la comparsa delle corone, che indicavano il grado nobiliare della famiglia titolare o lo stato di autarchia se il titolare dello scudo era, invece, un ente. Con l’avvento dell’epoca moderna, venne ripristinato l’uso degli elmi, disegnati in varie forme e posizioni. Tra gli scudi degni di essere menzionati, ricordiamo quello rettangolare degli Antichi Romani, detto “targa”, quello rotondo, detto “rondaccia” o “rondella”, quello degli Antichi Galli, di forma rettangolare o quadrata, quello ovale di origine italiana, quello banderale (o “a bandiera”) portato dagli Inglesi, e quelli francesi, in legno, di forma rettangolare e arrotondati sulla parte inferiore, oppure a losanga.
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