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La “fuga di Pescara” da parte del Re e del Governo ebbe effetti dirompenti dal punto di vista militare. Il 5 settembre i comandi dell’Esercito in Francia e nei Balcani aveva ricevuto la “Memoria 44OP” che ordinava la difesa contro attacchi “provenienti da qualsiasi parte”: non si accennava al realizzato rovesciamento delle alleanze per non fornire ai tedeschi pretesti per contromosse militari. Ma alla notizia dell’armistizio l’Esercito si sfasciò, i soldati che non riuscirono a raggiungere le loro case furono fatti prigionieri dai tedeschi come internati  militari (circa 800.000 uomini) o si unirono ai primi gruppi partigiani. In soli tre giorni il fronte si assestò sulla linea che dalle Alpi arrivava fino ad Eboli. Il colpo fu forte anche dal punto di vista morale. Storici e politici lo definirono un “trauma”, una “tragedia  nazionale” e anche la “morte della Patria”. Renzo De Felice nel 1994 con il libro “Il Rosso e il Nero” parla chiaramente di “svuotamento del senso nazionale”. Mario Isnenghi paragonò l’8 Settembre a Caporetto. L’Armistizio, fu dunque il momento delle scelte: stare dalla parte della Repubblica di Salò e dell’occupazione tedesca – e vi fu chi, specialmente tra i giovani, lo fece per un senso di fedeltà alla Patria – o invece con le forze antifasciste, che già il 9 settembre si riunirono nel Comitato di Liberazione Nazionale, chiamando gli italiani alla lotta e alla Resistenza? E’ naturale rispondere a questa domanda, seguendo ciò che ci è stato riportato dalla storia e cioè la versione di coloro che sono usciti vincitori, che poi sono gli stessi che stabilirono di introdurre il sistema repubblicano. E non poteva essere altrimenti. Quindi, è naturale che generazioni di italiani dal 1948 in poi abbiano sempre preso per oro colato ciò che gli veniva imposto in famiglia, a scuola, all’università e in qualsiasi altro posto e in qualsiasi ricorrenza. E’ naturale così, che ancora oggi sia necessariamente radicato il sentimento comune, di come la colpa di tutto quello che scaturì in quegli anni, fu colpa di pochi singoli e della Monarchia. Ma fu veramente così? Naturalmente no. Al Re Vittorio Emanuele III è sempre stata rivolta l’accusa di aver lasciato l’Esercito senza ordini alla data dell’armistizio. In realtà, le cose non andarono proprio così.

In ogni Monarchia Costituzionale e in ogni Repubblica, il Capo dello Sato, pur essendo nominalmente capo delle Forze Armate, non interviene direttamente nell’azione di comando. Il motivo è il seguente: anche quando un Sovrano o un Presidente della Repubblica hanno una formazione militare, è evidente che il comando delle forze armate deve essere affidato alle persone più tecnicamente preparate in materia, cioè agli Ufficiali. Tutt’al più, il Presidente della Repubblica o il Re intervengono in situazione d’estrema gravità, quando sono in gioco i destini della Nazione. Anche in questi casi, però, si limitano a prendere poche decisioni, quelle principali, lasciando ovviamente ai quadri dell’esercito la loro esecuzione. Al di là della buonafede delle decisioni prese dal vertice dello Stato, è evidente che il risultato finale dipende moltissimo sia dai vincoli imposti dalle situazioni di fatto sia dal modo in cui le decisioni del Capo dello Stato vengono messe in pratica. (Alberto Casirati, Le Ragioni della Monarchia)

La possibilità che i tedeschi aggredissero l’Italia subito dopo la proclamazione dell’armistizio era ben nota a tutti i militari italiani, soprattutto agli Ufficiali Superiori. Naturalmente, non vi era la certezza che ciò sarebbe successo, ma, giustamente, lo si riteneva estremamente probabile. In più, a Vittorio Emanuele III venne contestato il fatto di aver lasciato Roma il 9 Settembre, attribuendogli di essere stato un vigliacco ed un traditore. Ma non fu così. In momenti così drammatici, il Re in qualità di Capo dello Stato, aveva il dovere di evitare che l’Italia cadesse in balia dei tedeschi o degli anglo-americani, che avrebbero senza dubbio disposto a loro piacimento del nostro Paese, creando un governo fantoccio ai propri ordini (un caso simile si ebbe in Ungheria nell’Ottobre del 1944, quando i nazisti catturarono l’ammiraglio Horthy e crearono il governo fantoccio del maggiore Ferenc Szàlasi. Gli archivi federali statunitensi confermano, a loro volta, che il 20 agosto 1943 gli anglo-americani minacciarono il Re di costituire un governo fantoccio in Meridione). Era quindi assolutamente necessario dare continuità alle istituzioni italiane legittime, innanzi tutto formando un nuovo governo e mettendolo in grado di agire liberamente. Per riuscire in questo intento era necessario evitare la cattura da parte dei nazisti (che progettavano la deportazione dell’intera famiglia reale dal luglio 1943), rimanendo in Italia. In quel momento, la Puglia offriva questa possibilità, così il Re si trasferì con il governo a Brindisi. In realtà ce ne sarebbero cose da dire e da scrivere su quei giorni, ma soprattutto sull’8 Settembre 1943. Forse un giorno qualcuno, con grande responsabilità politica e con grande onestà intellettuale, deciderà nell’alto della sua carica istituzionale di dire finalmente la verità, l’unica e la sola verità di quegli anni, di quei giorni. In questo Blog, non si perderà mai la speranza che possa arrivare quel momento.