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Il Governo di Centro-Destra, dopo aver cambiato la legge elettorale maggioritaria “Mattarellum”, privando i cittadini italiani di poter eleggere i propri rappresentanti nel parlamento nazionale, e trasformando il potere legislativo della Repubblica Italiana, nell’assemblea dei delegati dei partiti politici e non dei rappresentanti del popolo italiano, come dovrebbe essere in una democrazia parlamentare, ha deciso anche di mettere mano anche sulla legge elettorale per l’elezione dei parlamentari europei, che avverrà la prossima primavera. In Italia c’è stata sempre molta attenzione da chi governava, di cambiare la legge elettorale non per migliorare il principio di rappresentatività politica, ma piuttosto quella di privilegiare gli interessi del proprio schieramento politico e avvantaggiarsene così, per raggiungere il potere dello Stato. La storia sulle leggi elettorali introdotte in Italia e modificate con una certa frequenza, ha una sua cronologia ben definita e che risale alla nascita dell’Italia Unita nel 1861. Al momento dell’Unità d’Italia, quando si estese la costituzione del Regno di Sardegna al neonato Regno d’Italia, ovvero lo statuto Albertino, si introdusse anche la sua legge elettorale che rimase immutata per circa due decenni e che tale legge, prevedeva l’elezione dei parlamentari con sistema maggioritario in collegi uninominali a doppio turno. La prima modifica avvenne nel 1882, quando il Presidente del Consiglio Cairoli ed esponente della Sinistra Storica, decise di apportare diverse modifiche: bisognava essere maggiorenni per votare e aver superato l’esame del Corso Elementare e doveva essere pagato un tributo pari a Lire 20, e in questo modo si passò ad un aumento del corpo elettorale di circa il 10% in più. Inoltre, venne abbandonato il sistema uninominale per quello proporzionale con scrutinio di lista, modificando le circoscrizioni (in base provinciale) e costituendo collegi con un minimo di due e con un massimo di cinque rappresentanti. Gli effetti di tale cambiamento non fu positivo, anzi fu devastante e così, si mise mano nuovamente alla legge elettorale 9 anni dopo, rintroducendo il sistema uninominale a doppio turno. Tale legge rimase in vigore per ben nove legislature. Con l’avvento e il radicamento nel Paese di due grandi entità partitiche di massa come il Partito Socialista e quello dei Cattolici, il Governo Giolitti fu pressato in ogni direzione e così, il 30 giugno del 1912 con la legge n°666, fu introdotta una nuova legge elettorale nazionale. Fu introdotto il suffraggio universale maschile, l’età minima passò da 21 a 30 anni per poter votare, senza alcun requisito di censo o di istruzione, privilegiando così i ceti più bassi, la povera gente analfabeta e legata fondamentalmente alla cultura cattolica o all’ideologia socialista. Il corpo elettorale, infatti, passò da 3 Milioni a circa 8 Milioni, di cui 2,5 Milioni di analfabeti, pari al 25% della popolazione italiana. Al termine della Prima Guerra Mondiale, con la legge n° 1985 del 16 Dicembre 1918, venne rimodificato il requisito dell’età minima, riportandolo a 21 anni, in più venne allargato il voto anche a coloro che non avendo i requisiti essenziali, dimostrassero di  aver prestato servizio nell’esercito italiano durante la Grande Guerra. Inoltre, sia i cattolici e sia i socialisti, spinsero per reintrodurre il sistema proporzionale e ci riuscirono il 9 Agosto del 1918, quando la Camera dei Deputati con voto a scrutinio segreto approvò tale riforma. I collegi elettorali divennero le Provincie, in modo tale che ad ogni collegio corrispondessero almeno 10 Seggi. Questa legge elettorale fu adottata per due legislature soltanto, quella del 1919 e del 1921. Con l’avvento di Benito Mussolini sulla scena politica e del partito fascista, la legge elettorale fu cambiata per l’ennesima volta nel 1923, nota come la Legge Acerbo, dal nome del Sottosegretario alla Presidente del Consiglio che fu il cosiddetto “estensore materiale”. Questa legge introdusse il collegio unico nazionale, attribuendo i due terzi  dei seggi alla lista elettorale che avesse riportato la maggioranza relativa, purché superiore al 25%, mentre il restante 1/3 dei seggi sarebbe stato ripartito tra tutte le altre liste di minoranza, su base regionale e con criterio proporzionale. Avenne così il suicidio parlamentare che poi degenererà in oltre 20 anni di dittatura. Con l’avvento della Repubblica Italiana, venne reintrodotto un sistema proporzionale con scrutinio di lista, che come tutti i sistemi proporzionali non rappresenta il modello esemplare per la stabilità istituzionale ed in particolare quella tra il governo e il parlamento. Così negli Anni Cinquanta il Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi, tenta di riportare il sistema maggioritario, ma invano. I grandi partiti, compreso il suo, lo etichettano come “legge truffa” e finisce con un fallimento totale. Bisognerà aspettare gli Anni Novanta e la determinazione di uomini come Mario Segni per riportare il sistema maggioritario, anche se con correzione proporzionale, in Italia. Fino a quando non arriva la vittoria del Centro-Destra nel 2001, governerà per 5 anni interrotti (grazie al Mattarellum) e all’interno di quella legislatura modificherà la legge elettorale in senso proporzionale e a liste bloccate. Non si eleggono più i candidati per volontà popolare, ma si deve esprimere soltanto il voto alla lista, su un elenco di candidati scelto dai vertici dei partiti politici. Nel 2006 vince il Centro-Sinistra, ma non muove un dito per modificare la legge elettorale. Cade il governo Prodi e con la stessa legge elettorale, torna a vincere Silvio Berlusconi, che adesso a pochi mesi dalle Elezioni Europee, modificherà la legge per l’elezione degli europarlamentari.