Il Primo Ministro britannico Gordon Brown ha annunciato che intende abbassare le aliquote IVA, come risposta alla crisi che sta attraversando in questo preciso momento l’economia (reale) britannica. Il tenutario di questo Blog lo sostiene da anni, e non come risposta a chissà quale crisi, ma come carattere naturale all’interno di una riforma complessiva del commercio e dei consumi, dove questi ultimi devono essere il vero regolatore e stimolatore della produzione industriale. L’abbassamento delle aliquote Iva non è però cosa facile, perché facilmente inquadrabile per quei Paesi membri dell’UE che hanno aliquote alte, come strumento di concorrenza sleale e cioé il Paese che sostiene l’abbassamento delle aliquote, pone le basi per poi avere dei beni e/o servizi a prezzi (finali) più competitivi rispetto a quanto dispongono i Paesi con aliquote più alte. La normativa prevede tre aliquote: una ordinaria, una ridotta ed una superidotta. Per il caso italiano, io ho sempre sostenuto che l’Iva venisse modificata in questo modo:
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l’Iva da imposta nazionale deve passare ad imposta regionale, quindi incassata direttamente dalle Regioni;
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l’Iva deve poter essere totalmente detratta ai fini del calcolo imponibile Irpef, da parte d tutti i contribuenti persone fisiche, i quali ancora oggi sono gli unici in cui ricade il peso di tale imposta;
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l’Iva deve essere inquadrata con le seguenti aliquote: 2% l’aliquota superidotta, riservata ai beni di largo consumo (beni alimentari e farmaceutici); 6% l’aliquota ridotta, riservata ai beni intermedi (editoria, elettronica, articoli per la scuola, etc…) e a tutti i servizi principali (l’Iva nella fatturazione dell’Energia Elettrica, della Telefonia, della cessazioni di prestazione d’opere varie); 12 % l’aliquota ordinaria, dove confluiranno tutti i beni, dalle automobili, all’abbigliamento etc…
Abbassare le aliquote Iva, non serve soltanto per posizionare un deteminato bene ad un prezzo finale inferiore e quindi andare a colpire quell’irrigidimento da parte dei consumatori di fare acquisti, ma anche quello di riordinare il sistema di commercio interno. Infatti, se i consumatori italiani dovessero fare come quegli americani, i quali quando fanno un acquisto il commerciante rilascia uno scontrino fiscale dove viene separata la cifra del prezzo del bene da quella dell’Iva (in America l’Iva si chiama V.A.T.), e permettere di detrarsi l’intero ammontare di Iva versato in un anno dalla dichiarazione Unico, significherebbe che crollerebbe da parte degli italiani la volontà di acquistare dagli ambulanti, ma anche da parte dei commercianti di non fare più i furbi e consegnare ai propri clienti lo scontrino con il vero importo di spesa, e non come succede ancora oggi, consegnare uno scontrino con importo inferiore dell’incasso realmente avuto o addirittura non farlo per nulla lo scontrino. Abbassare l’Iva significherebbe dare un impulso agli acquisti, quindi alla produzione industriale, ma anche il modo più naturale e indolore per ridimensionare l’evasione fiscale dei commercianti, artigiani e coloro che sono obbligati per legge a consegnare la ricevuta fiscale o lo scontrino fiscale.