Termina con questo articolo, una serie di tre articoli dedicati all’eventualità che la Sardegna possa raggiungere l’indipendenza dalla Repubblica Italiana e che, all’interno di questa “secessione” la Sardegna rinasca indipendente sotto l’istituzione monarchica e non repubblicana. Le ragioni di questa particolarità istituzionale, sta semplicemente nel fatto che in caso avvenga sul serio un processo politico indipendentista, la Sardegna avrebbe molte più possibilità davanti alle principali istituzioni internazionali (a partire dalle Nazioni Unite) di veder raggiungere tale rivendicazione, proprio perché il Regno di Sardegna è esistito veramente nel passato e quindi, per il popolo sardo ci sarebbe molta più possibilità di vincere nei confronti dello Stato Italiano. Non solo: scaturirebbero le condizioni di una serie di restituzioni e risarcimenti, che la Repubblica Italiana sarebbe costretta a concederci, e che proprio di queste restituzioni e risarcimenti vorrei parlare in questo terzo articolo.
Restituzioni. Sappiamo che al momento dell’Unità d’Italia (1861), la Sardegna in quanto parte integrante del Regno Sardo sotto la corona Sabauda, decise di far parte del “Regno d’Italia”; non fu obbligata a far questo passo, gli fu chiesto e visto che il popolo sardo non poteva immaginare che l’Italia potesse un giorno essere qualcosa di diverso da una monarchia, accettò non per interesse, ma per puro e autentico sentimento patrio, visto che colui che si accingeva a divenire il primo Sovrano d’Italia, non era altro che l’ultimo Re di Sardegna. Una Sardegna che partecipò attivamente per Secoli alla vita politica, economica e militare di quel piccolo e scalcinato regno, che mandò le sue migliori generazioni a morire per quella causa, tra cui vanno ricordate le prime due guerre d’indipendenza e la guerra di Crimea. Tale atto da parte della Sardegna, incluse però delle cessioni importanti: dovette cedere il suo inno nazionale, che oggi è la marcia militare del Reggimento Granatieri di Sardegna dell’Esercito Italiano; dovette cedere la sua costituzione (Statuto Albertino); dovette cedere, dopo la conquista di Roma (1870) la sua banca centrale con le sue riserve monetarie e auree. Per non parlare di tutta una serie di documenti, di opere artistiche, che dal 1861 vennero acquisite automaticamente dal Regno unitario e dal 1948 dalla Repubblica Italiana; per non parlare dei corpi militari, dall’Arma dei Carabinieri al già citato Reggimento dei Granatieri di Sardegna. Insomma, tutto ciò che esisteva prima dell’avvento del Regno d’Italia, appartenendo al vecchio Regno di Sardegna, deve poter tornare in possesso del nuovo Regno Sardo.
Risarcimenti. Il fatto di aver tenuto la Sardegna in uno stato di abbandono totale da parte delle istituzioni italiane; il fatto di averla trattata sempre e comunque come l’ultima ruota del carro; il fatto di essersene sempre strafregati delle esigenze del popolo sardo e di non aver mai compreso, di come quello che per decenni, per molti decenni, la Sardegna chiedeva alla repubblica italiana, non era altro che il giusto, né più e né meno di quello che giustamente doveva ricevere e questa mancanza l’ha sempre relegata ad una regione inferiore non solo alle altre regioni a statuto speciale, ma persino ad ogni singola regione ordinaria, per tutto questo, in caso di indipendenza dall’Italia, la Sardegna dovrà ricevere come risarcimento storico, politico, economico e soprattutto culturale, una cifra che non dovrà essere inferiore al 10% del suo PIL annuo, per la durata non inferiore di 15 anni.
Appendice. Ora è giusto, dopo aver parlato della indipendenza della Sardegna in termini geopolitici (o se preferite fantapolitici), parlare in termini reali e cioé cercare di analizzare qualche dato reale sulle reali capacità della Sardegna, non tanto di raggiungere l’indipendenza, ma piuttosto la capacità di sostenere l’indipendenza. Per far questo ho voluto prendere in esame alcuni parametri della Sardegna e confrontarli con delle nazioni sovrane e indipendenti, che possano avere qualche analogia con la nostra Isola. Ho voluto prendere così, la Slovenia, Malta e Cipro. La Slovenia è uno stato sorto nel 1998 dopo il crollo delle repubbliche socialiste della Jugoslavia; Malta, anch’essa è una nazione con un passato legato all’Italia, che è indipendente da molto tempo e che è da poco entrata nell’Euro; stessa cosa per l’isola di Cipro. Ho voluto riportare il confronto tra queste tre nazioni e la Sardegna nella tabella che vedete qua sotto. Nella prima riga troverete i dati della Slovenia, nella seconda quelli di Malta, nella terza quelli di Cipro e nell’ultima quelli della Sardegna. Nella prima colonna viene riportato il dato della superfice (espressa in Km²); nella seconda colonna viene riportato il dato della popolazione; nella terza colonna, la densita della popolazione (espressa in abitanti per Km²); nella quarta colonna viene riportato il dato del PIL (prodotto interno lordo) espresso in Milioni di Dollari Statunitensi; nella quinta ed ultima colonna, viene riportato il dato del PIL procapite, espresso in Dollari Statunitensi.
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20.273
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2.077.070
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98,30
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43.690
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21.808,00
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316
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410.209
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1.297,00
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7.799
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19.739,00
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9.250
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715.100
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77,30
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17.490
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21.177,00
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24.090
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1.667.878
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69,20
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48.418
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29.481,00
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Da come si vede nella tabella, dove ho voluto rimarcare in grassetto i dati maggiori per parametro, notiamo di come la Sardegna su cinque parametri, detiene il miglior risultato su tre valori. La Sardegna risulta quella con la maggior superfice (24.090 Km²) che la porrebbe al 146° posto del ranking mondiale; è quella con il più altro PIL, superiore anche a quello della Slovenia, che la porrebbe al 66° posto delle potenze economiche mondiali; ma importante è anche il valore del reddito pro-capite, pari a 29.481 $, che posizionerebbe il popolo sardo al 28° posto della classifica mondiale. La Slovenia ci batte (per ora) soltanto come numero di abitanti, non di molto, ma ci batte. Infine, Malta, ha dalla sua il maggior valore di densità della popolazione per Km². Lascio ai lettori, la giusta analisi se la retorica indipendentista è solo retorica, oppure se è arrivato il momento che venga presa in esame dalla borghesia sarda, che è poi quella che conta di più dentro una cabina elettorale, quando viene chiamata ad eleggere i consiglieri regionali e il presidente della giunta. Fino a quando la borghesia sarda, lascierà parole come indipendenza o Sardegna Nazione, al solito gruppetto politico di sardisti alla vecchia maniera, di gente come Cumpostu, o di Gavino Sale, persone che io non gli darei il voto nemmeno se si candidassero come sindaci di un paesello con 400 abitanti, allora continueremo a farci vessare in ogni modo possibile, dai partiti dei continentali, che non hanno mai avuto interesse e mai ne avranno, di riportare la Sardegna ad una posizione che merita, e merita più di qualsiasi altra regione d’Italia. Leggete e rileggete questo mio articolo, soffermatevi sulla tabella e sui dati che contiene, e poi ditemi se l’Italia o il federalismo fiscale leghista, potrà mai darci quello che avremmo se raggiungessimo l’indipendenza. Quello che ci manca è un movimento politico sardo, che ha le radici sui principi democratici, laici e liberali, e che sia in grado di presentare alle prossime elezioni regionali un candidato governatore, un suo listino e dei candidati al consiglio regionale, che in caso di vittoria mettano al primo posto il vertice tra la Sardegna e il Governo Italiano, secondo un unico principio: o ci date quello che chiediamo e ce l’ho date subito o sarà secessione. Di questo ha bisogno la Sardegna.