Adesso che il Senato federale americano ha bocciato il piano di salvataggio all’industria automobilistica (=General Motors), già sento i Radical, i Liberal, i fautori dell’intervento dello Stato nell’economia. Tutti a cercare il pelo nell’uovo verso quei repubblicani e democratici che hanno deciso di affossare il colosso di Detroit. E qui in Europa, naturalmente, pronti a dipingere di un colore o di un altro, il volto del colpevole o dei colpevoli. Le persone che invece ci tengono a continuare ad avere una retta e coerente linea con il proprio pensiero (liberale e liberista), non possono che fare salti di gioia e augurarsi che quella bocciatura del Senato, non si trasformi come è successo per il piano dei 700 MLD di $ di mesi fa, in un piccolo incidente di percorso e che alla fine invece vada in porto. Speriamo, che questa volta, nonostante la crisi evidente, almeno in America ci sia un minimo di dignità e di fedeltà verso quel sistema (capitalismo) che ne decretò la sua stessa nascita ed evoluzione, nella più importante e forte democrazia del mondo. Salvare oggi la General Motors è come se fosse stata salvata nel 1991 la Pan Am o nel 2001 la Twa. Le due aziende aeronautiche avevano in comune con la compagnia di Detroit la nascita (tra gli anni ’20 e ’30) e hanno sempre rappresentato i simboli del vecchio capitalismo americano, degli autentici dinosauri che erano rimasti in piedi più per i limiti degli avversari (quando c’erano) che non per i propri meriti. La General Motors è questo il dinosauro capitalistico americano di vecchio stampo. Quella compagnia industriale che ha monopolizzato per un secolo esatto (curioso di come proprio quest’anno compie 100 anni) l’industria automobilstica nordamericana. Soltanto il gruppo Ford riuscì a resistere a tale dominio, dove tra l’altro dovette iniziare a guardare al di fuori degli Stati Uniti per non essere inghiottito dal gigante di Detroit. Tutti gli altri o fallirono oppure vennero acquisiti dalla General Motors, che a tutt’oggi vanta il controllo di ben dodici compagnie automobilistiche. La General Motors riuscì così a lascirare fuori dal mercato nordamericano non solo le compagnie industriale concorrenti in patria, ma anche quelle fuori dai propri confini, aziende europee e giapponesi. Il potere che si è costruito in America non può essere paragonato con nessun altro gruppo industriale estero. Diversificando i suoi interessi nel settore finanziario (fondi pensione) e assicurativo, gli ha permesso di far pesare enormemente le scelte politiche nel commercio estero. Se prendiamo in esempio, l’industria italiana automobilistica, dobbiamo dire che proprio la General Motors pose sempre il veto per permettere la nascita di stabilimenti italiani in America. Tutte le macchine (per non parlare delle motociclette) italiane vengono importate, sottostando a delle vere torture economiche tra dazi doganali e tasse interne varie. Soltanto ai tedeschi del gruppo Daimler-Benz di Stoccarda è stato permesso negli ultimi 20 anni di impiantare dei loro stabilimenti (oggi sono ben 3), dove costruiscono le vetture da commercializzare nel mercato nordamericano e per progettare nuovi modelli che poi possono anche ripresentare nel vecchio continente. Ma agli italiani no, mai. Pensate cosa sarebbe accaduto se il gruppo Fiat avrebbe avuto la possibilità di costruire direttamente negli States le Fiat, le Lancia o le Alfaromeo, in un mercato di oltre 200 Milioni di abitanti. Adesso quel dinosauro sta per tirare le cuoia, e qualcuno dovrebbe dispiacersi di questo? Quel gigante vecchio e obsoleto che ha negato sempre all’Europa automobilistica di entrare in America dalla porta principale. La General Motors era già stata puntata dai “raiders americani” da diversi anni, e avrebbe fatto comunque la fine di Pan Am e Twa lo stesso. Adesso, non so se ci sarà tempo perché ciò avvenga, ma sono certo che il fallimento, la bancarotta, della General Motors, non farà che portare nuovo ossigeno all’industria automobilistica americana e a tutto il suo incredibile indotto. Un ossigeno che porterebbe nuovi scenari (molto interessanti) all’industria europea ed in particolare quella italiana, che certo non è l’ultima ruota del carro del settore automobilistico continentale. Che i pseudo liberali, che quegli asini calzati e vestiti dei kenesyani (soprattutto nostrani) lancino le lore ipotetiche e patetiche strali contro il sistema capitalistico, ma di fatto se General Motors crollerà come io spero, sarà una cosa non bella, ma fottutamente bella.
Quegli asini dei kenesyani.
12 venerdì dic 2008
Posted in Economia e Finanza, Internazionale, U.S.A.