Silvio Berlusconi torna alla carica. Riprende un suo vecchio ritornello propagandistico, che in passato gli ha creato non pochi problemi, ma tante magre figure. Vuole tornare a tambur battente sulla riforma della Giustizia, cavalcando l’indignazione popolare sulle squallide cronache che hanno visto al centro di tutto le procure di Salerno e di Catanzaro. Non pago di come andò a finire la volta precedente, quando il suo governo volendo portare avanti la riforma sulla separazione delle carriere dei giudici e la riforma dell’Appello, dovette fermarsi davanti al muro del Titolo IV – Sezione I e II che regolano il sistema giurisdizionale con ben tredici articoli, dal 101 al 113. Non solo, spolvera una vecchia battaglia della destra italiana, introduzione del sistema presidenziale. Dove però non spiega, esattamente che tipo di presidenzialismo lui pensa di introdurre in Italia. Un presidenzialismo all’americana dove il presidente oltre ad essere Capo dello Stato e anche a capo del governo nazionale e soprattutto quali funzioni e limiti avrebbe in questo caso il presidente eletto direttamente dagli italiani, o se prevede che non sia il caso che siano gli italiani ad eleggerlo, del resto gli italiani oramai non eleggono più nemmeno i propri deputati e senatori. Oppure sta pensando ad un presidenzialismo francese, detto semipresidenzialismo, dove gli italiani voterebbero il Capo dello Stato che avrebbe determinate funzioni (quali??) e in più nominerebbe il capo del governo (su quali presupposti??). Ma il nocciolo della questione è un’altra: può una maggioranza politica stabilire di mettere mano alla costituzione per modificare radicalmente uno dei tre poteri dello stato (Magistratura) e per modificare sensibilmente l’architettura istituzionale, portando l’Italia da una repubblica parlamentare ad una repubblica presidenziale? Può un governo nazionale eletto da una parte del Paese, modificare la struttura costituzionale che è stata impiantata oltre mezzo secolo fa, tramite un’Assemblea Costituente e quindi un’assemblea direttamente eletta dagli italiani apposta per fare quello e quello soltanto? E le regioni d’Italia, una per una che ruolo avranno in tutto questo? Potranno dire la loro, oppure è una scelta e una responsabilità esclusiva del parlamento nazionale? Anche se la nostra costituzione prevede la revisione della costituzione secondo un iter specifico, è chiara e indubbia che tale prerogativa spetti di diritto ad un parlamento di legislatura ordinaria, che in realtà è stato eletto per adempiere al suo ruolo legislativo? Perché mai, una costituzione approvata da un’assemblea costituente debba essere modificata dalla maggioranza di un parlamento? Durante il percorso risorgimentale, quando si conquistavano le regioni italiane liberandole dall’occupazione straniera, veniva chiesto ad un’assemblea fatta di deputati di quella regione, di esprimere in seno a quella assemblea la volontà di voler essere annessa all’Italia unita che si stava creando, estendendo così in quel territorio le leggi, la lingua, i codici, la costituzione di quella piccola nazione che portava avanti l’indipendenza (Regno di Sardegna). Tutte le regioni, con le loro assemblee costituenti votarono favorevolmente all’annessione. Persino il Veneto, nonostante la sconfitta della Terza Guerra d’Indipendenza, si dovette esprimere in quel modo. Invece, con l’avvento del sistema repubblicano, grazie a quello scempio referendario del 1946, la costituzione che fu partorita non fu riproposta alle assemblee delle singole regioni, che furono completamente estraniate dalla partecipazione di tale evento. Persino in seno alla stessa assemblea costituente, non vi fu la ragionevole convinzione che la composizione della stessa dovesse tener conto di ogni comunità regionale, anziché tenendo conto solo dell’appartenenza politica dei suoi membri, privilegiando in questo modo le regioni più forti e più popolose, e discriminando quelle più deboli, più indifese e meno popolate. L’attuale costituzione, così si porta dietro un “peccato originale” ed è per questo motivo, che è fin troppo facile per qualsiasi maggioranza politica che governa l’Italia in un dato momento, tirarla per la giacchetta anche quando non c’è un motivo valido. Giusto per divertimento, o per disprezzo verso coloro che invece, nonostante i difetti che essa può contenere, continuano a credere e a ritenere che sia la cosa più importante che una nazione ed il suo popolo possegano.