L’ultima trovata del Governo italiano sul fronte della riforma del lavoro (e/o del sistema previdenziale), è quello di equiparare l’età di pensionamento degli uomini e delle donne. Sarà una delle tante chicche propagandistiche di un certo modo di fare politica? Oppure, sono davvero intenzionati ad andare avanti su questo fronte? Io non sono d’accordo e non perché ho qualcosa in contrario con rendere paritario il rapporto tra uomini e donne!! Io non sono d’accordo perché non ritengo le donne allo stesso livello degli uomini!! A contrario, considero le donne per molti aspetti migliori di noi uomini, ed è per questo motivo che ritengo sbagliato l’equiparazione sull’età pensionabile. Cerchiamo di non stare a guardare troppo quello che succede altrove, anche se è un buon allenamento intellettuale ogni tanto vedere cosa succede negli altri Paesi. Non confondiamo quello che ci chiede l’Europa, con l’equiparazione che vuole rifilarci il Ministro Brunetta. Ciò che l’Europa ci rinfaccia è ben altro; la mancata opportunità paritaria nell’entrare nel mondo del lavoro; la mancata paritarietà nelle retribuzioni. Non certo la stessa età per andare in pensione. Io sono dell’avviso che in Italia, gli uomini debbano andare in pensione a 65 anni (e sarebbe un grande passo avanti se un domani dovesse accadere una cosa del genere), mentre le donne debbano andare in pensione a 60 anni. Per giustificare una simile proposta, da parte mia vengono in sostegno due dati importanti: il primo di natura socio-economico, il secondo di natura fisiologico. Il primo dato è che in Italia le donne sono più numerose degli uomini, quindi sono più presenti nella nostra società: nella società civile e nella società lavorativa. Questo significa che essendoci più donne che si affacciano nel mondo del lavoro, la forbice che regge l’ingresso e l’uscita del lavoro dovrebbe essere più corta, rispetto a quella degli uomini che invece sono di meno. Questo cosa comporta nella pratica? Comporta, che se le donne dovessero andare in pensione alla stessa età degli uomini (65 anni?), essendo più numerose, le attese per entrare nel mondo del lavoro aumenterebbero e non di poco, quindi gli uomini, essendo di meno, riuscirebbero ad avere un “tempo” di ricambio nel mondo del lavoro, decisamente più fluido rispetto alle donne e quindi riuscire a coprire dentro il mondo del lavoro, posizioni di riguardo e di dominio, nonostante continuano ad essere minoranza numerica rispetto alle donne. Ma non c’è soltanto una questione socio-economica da tenere presente sulla questione, ma anche una di tipo fisiologico. Sappiamo tutti che le donne nascono con una certa caratteristica, quella di dare la vita: a partire dai 11-12 anni per loro inizia la fase di fertilità “attiva” con le cosiddette mestruazioni. Fertilità che si conclude con la fase di “Menopausa” ovvero l’interruzione del ciclo mestruale e quindi l’impossibilità di generare figli. Ma l’arrivo della menopausa non viene accolta nello stesso modo dalle donne. Questa nuova situazione biologica, ad una certa percentuale di donne, genera disturbi, che possono essere di vario genere. Questi disturbi, creano un effetto “sociale” per via della loro nuova situazione. Effetto che viene trasmesso in casa in mezzo ai familiari e amici, nel posto del lavoro tra i colleghi, nella vita sociale, trasformando radicalmente il carattere della donna verso tutto ciò che gli sta intorno. Se prendiamo per valido, ciò che si sta discuttendo in altri Paesi, come per esempio i Paesi Nordici, non sarebbe del tutto strano se la menopausa possa essere identificata niente meno che come “malattia sociale” e quindi, le donne debbano essere aiutate in diversi modi, e tra i tanti modi di aiuto, ci deve essere per forza di cose, l’accorciamento della durata lavorativa. Lasciare un gap di 5 anni tra uomini e donne mi sembra più che sufficiente. Permettere alle donne di andare in pensione dopo 10 anni dall’ingresso della menopausa, mi sembra una scelta più che accettabile.
Uomini e donne: non siamo uguali.
16 martedì dic 2008
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