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Oggi il suo nome è Rijeka, e fa parte della repubblica croata, ma essendo una città di confine ha consentito, 90 anni fa esatti, di salire alla ribalta della storia. L’Italia non richiese Fiume, città a maggioranza italiana, nel Patto di Londra del 1915. La città, rimane così per le potenze stipulanti, l’unico porto dell’Impero Austro-Ungarico del quale si ipotizza un ridimensionamento ma non la sua scomparsa.Alla fine della guerra, con la disgregazione dell’impero e la nascita della Jugoslavia come Stato nazionale, si va a modificare il quadro politico generale. La Jugoslavia reclama i territori assegnati dal Patto di Londra all’Italia, che a sua volta recrimina anche Fiume. L’irredentismo nazionalista, uscito rafforzato dopo la vittoria bellica, si posiziona  apertamente e con atti radicali. Dopo l’abbandono della conferenza di pace da parte dei delegati italiani (Orlando-Sonnino), la sofferenza per una “vittoria mutilata” e le rivendicazioni “legittime” sul fronte adriatico, diventano i punti cardini del movimento irredentista, che raccoglie enormi consensi sociali. Il 12 Settembre 1919, un gruppo di Arditi, di ex combattenti, ma anche di Ufficiali e soldati dell’Esercito, con in testa Gabriele D’Annunzio, occuperanno la città adriatica. Per il governo italiano (Presidenza Nitti) è un duro colpo: dietro l’Impresa di Fiume ci sono le cariche militari più conservatrici e potenti gruppi industriali, nonché alcune frange del sindacalismo nazionale di ispirazione rivoluzionaria, che guardano a  Fiume con interesse e molta speranza. Il Governo Nitti cade e nasce quello guidato da Giovanni Giolitti, che riesce finalmente a sbloccare la situazione. Un anno dopo viene raggiunto un accordo con la Jugoslavia, decretando Fiume città indipendente. Il trattato bilaterale tra l’Italia e la Jugoslavia viene approvato dal Parlamento italiano, ma D’Annunzio non ci sta e sarà costretto con la forza (e in lacrime) ad abbandonare Fiume il mese dopo l’approvazione del trattato.