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L’insofferenza – ormai cronica – di Gianfranco Fini verso Silvio Berlusconi e il berlusconismo dilagante dentro e fuori il Pdl, l’azione politica diversiva di Pier Ferdinando Casini attuata al di fuori di questo squallido sistema bipartitico – o presunto tale – e la più recente posizione critica di Francesco Rutelli dal partito democratico, ci permette di fare alcune riflessioni di carattere generale sull’attuale assetto politico nazionale.

Gianfranco Fini appare sul panorama politico nazionale, quando il Presidente del Consiglio Bettino Craxi nel 1987 decide di incontrarlo (era neosegretario del Msi) per discutere di riforme costituzionali, dopo che il leader socialista aveva dichiarato pubblicamente di sentirsi estraneo alla “retorica antifascista della Resistenza”. Da quel momento, Fini attuò una lenta e sistematica revisione ideologica dentro il suo partito. Ma bisogna aspettare gli Anni Novanta ed il crollo del sistema partitico tradizionale per vedere realizzato il vero e autentico sdoganamento della vecchia Destra italiana. Nel 1993 lancia il progetto “Alleanza Nazionale”, ma è grazie all’entrata in politica di Silvio Berlusconi che fornisce la legittimazione politica di Fini e del suo partito, facendolo entrare nella coalizione del “Buongoverno”, che poi andrà a vincere le elezioni politiche nel Marzo del 1994, dove il Msi raggiunge il 13,50% di voti. Soltanto l’anno dopo, a Fiuggi avviene il passaggio definitivo di questo lungo travaglio: il Msi-Dn diventa definitivamente Alleanza Nazionale. Dal 1995 ad oggi, non sono state tutte rose e fiori; la perdita importante per la strada di un elemento fondamentale come il Professor Fisichella, conservatore monarchico, vero ideologo di An, è certamente un passaggio da tenere a mente. Con quella perdita, An decide di fatto di accucciarsi a proposte politiche non di Destra, ma di una aggrovigliata pantomima ideologica, di cui Silvio Berlusconi sarà il burattinaio assoluto. Un’entità partitica populista, pseudodemocratica e pseudoliberale, che porterà prima con il nome di “Polo delle Libertà” e poi di “Casa delle Libertà”, per poi generare nell’attuale accozzaglia senza arte e né parte che ha preso il nome di PDL (Popolo della Libertà).

Pier Ferdinando Casini ha avuto, certamente, un percorso politico più omogeneo e più democratico di Fini. Anche lui bolognese, entra da giovane nella Democrazia Cristiana, il più grande partito politico italiano di sempre, dopo tangentopoli e il conseguente annientamento della DC, entra come uno dei ispiratori nel CCD di Martinazzoli ed è proprio in quegli anni che sarà compagno di viaggio dentro il neonato Centro-Destra berlusconiano oltre che della Lega Nord, proprio del Msi di Fini. Con la fusione del Ccd e del Cdu del Professor Buttiglione, nasce l’UDC. Anche Casini, come Fini, si è contraddistinto in questi anni come persona al di fuori del contesto bipolare prima e bipartitico oggi. Con delle loro marcate visioni politiche sia nel campo economico e in quello internazionale, così come in quello della politica sociale.

Francesco Rutelli, invece, è romano e proviene da una educazione e formazione politica liberale. Avvicinatosi alla politica con il Partito Radicale di Marco Pannella ha sempre avuto una certa attenzione alle politiche ambientali e, giusto per sottolinearlo, il nonno materno fu proclamato “Giusto tra le Nazioni” presso lo Yad Vashem di Gerusalemme per aver salvato la vita ad un ebreo durante l’occupazione nazista a Roma. Al contrario dei due leader (Fini e Casini) può contare su una importante esperienza politica extrapartitica ed extraparlamentare, essendo stato Sindaco di Roma per due mandati, dove nel primo battè proprio Gianfranco Fini al ballottaggio, diventando così il primo sindaco eletto direttamente dai cittadini, e confermandosi nel 1997 raggiungendo un altro record: conseguì il più alto consenso elettorale dal 1993 ad oggi, con 990.000 voti. La sua esperienza prima con La Margherita e poi con l’Ulivo e l’Unione, gli ha permesso di aderire al Partito Democratico, evidenziando le sue posizioni e i suoi ideali che in questi anni non sono mutati per nulla.

Tre leader, tre origini politiche diverse tra loro e per certi versi, contrastanti e opposte, ma tre leader politici che oggi hanno molto più in comune di quanto non si pensi. Tre leader, che se volessero, potrebbero dar vita a quel terzo partito che l’Italia ha tanto bisogno, unendo le loro esperienze personali in un progetto politico che realizzato avrebbe già un suo popolo, un suo elettorato, anche se non nascerebbe come primo partito del Paese, avrebbe certamente il potere di dare agli italiani un’alternativa valida a questo sistema così ingessato e così simile al suo interno, dove per molti italiani oramai, che vinca il Pdl o il Pd, non fa alcuna differenza. Unire tre visioni politiche diverse ma non contrarie a priori tra di loro, è certamente l’unica buona novella che può scaturire da questi ultimi anni di totale abbandono morale ed etico nel fare politica. Unione Democratici Liberali è un nome azzeccato, se quello che si vuole ottenere è un partito politico centrista, democratico e liberale, che sappia conciliare tra laicità e appartenenza religiosa, che sia convinto assertore del parlamentarismo e poco importa se spinto da una cultura semipresidenziale o una presidenziale, e che mai venga meno il suo sostegno all’integrazione europea e ad una politica interna che porti ad un moderno decentramento amministrativo e si abbandoni l’idea di un federalismo rozzo e culturalmente anti-italiano. Che sia in grado, finalmente, di portare avanti tutte quelle idee riformatrici che servono all’Italia per posizionarsi come una grande democrazia occidentale.