Il giorno del plebiscito.
Tra il 20 e il 21 Ottobre 1866 (ricadevano di sabato e domenica), il popolo veneto fu chiamato alle urne per una consultazione referendaria, per decidere se far parte dell’Impero asburgico o se far parte del Regno d’Italia. Si presentarono circa 650.000 elettori maschi, in un clima pesante e fortemente militarizzato dalla presenza dell’esercito francese in ogni seggio elettorale del Veneto, posizionato su due lunghe file e dove ogni singolo cittadino veneto doveva passare in mezzo a queste file, per vedersi consegnare due schede di diverso colore, una che rappresentava il SI e una che rappresentava il NO. Allo scrutinio finale, 649.940 elettori decisero a favore dell’annessione del Veneto al Regno d’Italia, e soltanto 60 elettori invece scelsero di continuare a stare sotto l’Austria. Così, con questo plebiscito, non molto diverso dai plebisciti degli altri territori italiani dopo la II Guerra d’Indipendenza, si concludeva il vergognoso epilogo della Terza e d’ultima guerra d’indipendenza, persa dall’Italia, ma che gli permise di abbracciare dentro i propri confini il popolo veneto e il suo territorio. I veneti avrebbero preferito scegliere nel referendum tra la propria indipendenza e l’annessione all ‘Italia unita, ed avrebbero scelto certamente la prima opzione e non la seconda, ma di fronte al bivio Italia-Austria, non potevano che scegliere Italia. A Re Vittorio Emanuele II fu restituita la Corona Ferrea di Carlo Magno, rubata dagli austriaci a Milano e portata via a Vienna per far piacere all’Imperatore Francesco Giuseppe. Ma il Veneto potè avere le salme dei Fratelli Bandiera l’anno dopo e quella di Daniele Manin l’anno a seguire. Restituzioni queste, che se il Veneto fosse rimasto austriaco non sarebbero state mai permesse da Vienna. Nonostante l’acquisizione del Veneto, il Regno d’Italia ne usciva demoralizzato con una classe politica sfiduciata e colma di uno sconforto che la popolazione sentiva benissimo. Come capitò in passato, per liberarsi di tale malessere si cercò di trovare per forza di cose un capo espiatorio, e fu individuato nel Senatore Persano, come dopo la sconfitta della I Guerra d’Indipendenza fu trovato in Ramorino. Ma essendo un Senatore, Persano poteva essere giudicato solo dal Senato Reale, il quale costituito in Alta Corte di Giustizia lo assolse dall’accusa di codardia, ma non in quella di negligenza e imperizia e così lo condannò alla Degradazione. Ma il popolo italiano, che evidentemente era più civile e democratico dei propri rappresentanti politici, nonostante l’amarezza interpretò fedelmente il pensiero del grande Carlo Cattaneo:
Il Senato Reale non può esigere il rendiconto di Lissa, senza esigere il rendiconto di Custoza. A Lissa non si vede come a Custoza il proposito sofistico di vincere senza vincere, non si vede l’umile accordo con lo straniero imperioso, il vile accordo col burbero nemico, non si vede il traffico dell’onore col guadagno, la guerra finta e pur sanguinosa che pone per sempre nel cuore del soldato non la fiducia della vittoria, ma il ghiaccio del sospetto. E’ per queste arti indegne che l’Italia aveva perduto a memoria nostra l’onore delle armi.
Al Veneto e al suo popolo, che dopo 143 Anni non hanno cessato di essere fedeli e devoti figli di questa piccola, provinciale e sgangherata nazione che porta il nome di Repubblica Italiana.
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