Quando ero piccolo e in casa entravano i giornali di gossip, mia nonna esclamava: ” i giornali delle serve”. Perché erano i giornali preferiti dalla servitù, dalle domestiche, dalle cameriere. Vivendo con un lavoro modesto, sfogliavano quei rotocalchi per ammirare come vivevano gli aristocratici, le star del cinema, i potenti della politica e dell’economia. Un tempo questi giornali avevano l’esclusiva di questo tipo di informazione, di cronaca spiccia, ma da diversi anni a questa parte è diventato una prerogativa anche dei giornali seri e naturalmente anche dei telegiornali. E’ scoppiato in queste settimane l’ennesimo scandalo che non è uno scandalo: lo chiamano P4, e anziché parlare e scrivere di cose rilevanti dal punto di vista penale, assistiamo alla telecronaca delle conversazioni private tra faccendieri vari e dirigenti pubblici. Tutti si accodano a questa nuova moda giornalistica, pubblicare quello che si dicono i politici e gli affaristi vari, che soltanto la politica è capace di trainare dietro di sé. Il successo di tutto questo modo di fare giornalismo e lotta politica, è dovuto perché gli italiani fondamentalmente sono un popolo di servi, si divertono a spiare dal buco della serratura quello che fanno gli altri a casa loro. Ma nonostante gli italiani sono così provinciali e popolani, il mondo dell’informazione, quella vera, quella seria, non sempre si è comportata così. Tanto tempo fa c’è stato un presidente della repubblica che amava frequentare le betole, le peggiori della città romana, quelle che si trovavano nei quartieri più popolari. La sera tornava al Quirinale talmente ubriaco che non si reggeva in piedi, e che servivano due corazzieri per tenerlo in piedi e accompagnarlo nella sua camera. Uno da un parte e uno dall’altra, lo tenevano a braccetto, ma nessun giornale a quei tempi pubblicò una sola virgola di tutto questo.