Archive for the ‘Internazionale’ Category
No grazie, io sto con gli americani (quelli veri).
Ieri, quarto giovedì di novembre, negli Stati Uniti si è festeggiato il Thanksgiving Day (giorno del Ringraziamento). Si tratta di una festa religiosa (cristiana) introdotta nel 1623 dalle prime comunità europee arrivate in America, che dopo aver passato i primi anni (soprattutto gli inverni) in condizioni pessime, senza cibo, abitando in ripari di fortuna, attorno ad un territorio sconosciuto e inospitale, finalmente poterono vedere un pò di ottimismo, raccogliere i primi frutti delle loro coltivazioni, e visto che i capo comunità (Padri Pellegrini) avevano una mansione anche religiosa, decisero di dedicare un giorno dell’anno da dedicare al Signore e in questo giorno condividerlo anche con le poche centinaia di indigeni che abitavano nei territori limitrofi. Erano passati soltanto 3 (1620) anni dalla prima ondata pioneristica con le prime centinaia di europei, che arrivarono nelle coste americane con la famosa nave “Mayflower”. Ma dietro questa festa piena di retorica nazionalistica da parte statunitense, si nasconde una verità oramai conosciuta a tutti e che pesa su quella che è stata la costituzione della società americana: a parte la letteratura e i dipinti dell’epoca che hanno immortalato i padri pellegrini con le lore donne e i loro figli che gustano un tacchino arrosto insieme a dei pellerossa seduti per terra, tutto quello che è America, lo è stato sterminando un intero popolo, il vero popolo americano, disaccrando le loro terre e relegandoli in campi che chiamano riserve, fuori dalla civiltà anglosassone. Chissà, quanti americani ieri mentre gustavano il loro caro tacchino farcito, le loro torte di mele e gustando un bicchiere di sidro, chissà se qualcuno di loro li è venuto in mente di cosa stavano facendo in quel preciso momento i pellerossa, i loro discendenti, che continuano ad essere trattati come una razza inferiore. Chissà, se ora che l’America ha voluto mandare alla Casa Bianca un afro-americano, dal prossimo Thanksgiving Day, non ci sarà una risposta nuova, magari vedere il primo presidente americano nero che in occasione di questa ricorrenza, decide di invitare i massimi capi tribù dei pellerossa proprio alla Casa Bianca, per condividere con loro quel giorno e poi recarsi al Congresso e risolvere definitivamente l’antica diatriba tra indigeni e il popolo americano.
L’ironia della sorte.
A Mumbai (India) c’è la prima vittima italiana. Un cittadino inglese, all’Oberon Hotel, dice ai terroristi di essere italiano e lo lasciano andare. Brutto scherzo del destino, che gli inglesi ospiti di una loro excolonia debbano fingere di essere italiani per poter sopravvivere ad un inferno come quello che si è scatenato in India ed invece un nostro compatriota abbia visto la morte, anche se non si conosce ancora il come abbia perso la vita.
A Londra leggono Liberalblog?
Il Primo Ministro britannico Gordon Brown ha annunciato che intende abbassare le aliquote IVA, come risposta alla crisi che sta attraversando in questo preciso momento l’economia (reale) britannica. Il tenutario di questo Blog lo sostiene da anni, e non come risposta a chissà quale crisi, ma come carattere naturale all’interno di una riforma complessiva del commercio e dei consumi, dove questi ultimi devono essere il vero regolatore e stimolatore della produzione industriale. L’abbassamento delle aliquote Iva non è però cosa facile, perché facilmente inquadrabile per quei Paesi membri dell’UE che hanno aliquote alte, come strumento di concorrenza sleale e cioé il Paese che sostiene l’abbassamento delle aliquote, pone le basi per poi avere dei beni e/o servizi a prezzi (finali) più competitivi rispetto a quanto dispongono i Paesi con aliquote più alte. La normativa prevede tre aliquote: una ordinaria, una ridotta ed una superidotta. Per il caso italiano, io ho sempre sostenuto che l’Iva venisse modificata in questo modo:
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l’Iva da imposta nazionale deve passare ad imposta regionale, quindi incassata direttamente dalle Regioni;
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l’Iva deve poter essere totalmente detratta ai fini del calcolo imponibile Irpef, da parte d tutti i contribuenti persone fisiche, i quali ancora oggi sono gli unici in cui ricade il peso di tale imposta;
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l’Iva deve essere inquadrata con le seguenti aliquote: 2% l’aliquota superidotta, riservata ai beni di largo consumo (beni alimentari e farmaceutici); 6% l’aliquota ridotta, riservata ai beni intermedi (editoria, elettronica, articoli per la scuola, etc…) e a tutti i servizi principali (l’Iva nella fatturazione dell’Energia Elettrica, della Telefonia, della cessazioni di prestazione d’opere varie); 12 % l’aliquota ordinaria, dove confluiranno tutti i beni, dalle automobili, all’abbigliamento etc…
Abbassare le aliquote Iva, non serve soltanto per posizionare un deteminato bene ad un prezzo finale inferiore e quindi andare a colpire quell’irrigidimento da parte dei consumatori di fare acquisti, ma anche quello di riordinare il sistema di commercio interno. Infatti, se i consumatori italiani dovessero fare come quegli americani, i quali quando fanno un acquisto il commerciante rilascia uno scontrino fiscale dove viene separata la cifra del prezzo del bene da quella dell’Iva (in America l’Iva si chiama V.A.T.), e permettere di detrarsi l’intero ammontare di Iva versato in un anno dalla dichiarazione Unico, significherebbe che crollerebbe da parte degli italiani la volontà di acquistare dagli ambulanti, ma anche da parte dei commercianti di non fare più i furbi e consegnare ai propri clienti lo scontrino con il vero importo di spesa, e non come succede ancora oggi, consegnare uno scontrino con importo inferiore dell’incasso realmente avuto o addirittura non farlo per nulla lo scontrino. Abbassare l’Iva significherebbe dare un impulso agli acquisti, quindi alla produzione industriale, ma anche il modo più naturale e indolore per ridimensionare l’evasione fiscale dei commercianti, artigiani e coloro che sono obbligati per legge a consegnare la ricevuta fiscale o lo scontrino fiscale.
La Spagna corre come un treno.
La Spagna viene vista, giorno dopo giorno, come una nazione ed una società da prendere ad esempio. Questo perché è sempre stata capace di mettersi in gioco in diverse fasi della sua storia, come pochi possono rivendicare. Ha origini simili a quelle italiane, risalenti a prima della nascita della civiltà romana e di seguito a visto nella suo suolo diverse situazioni politiche, economiche, militari e sociali a dir poco straordinarie. E’ stata una provincia romana, ha visto il suo territorio spezzettato in diversi regni antichi, ha visto la presenza islamica per molti secoli, ha visto periodi monarchici e periodi repubblicani, una guerra civile ed una dittatura fascista, per poi ritornare alla monarchia (restaurazione borbonica). Oggi la Spagna è una delle nazioni più importanti d’Europa. Ha dimostrato di detenere un sistema democratico solido e moderno; un’economia sempre in crescita, la quale da poco ha permesso al Regno iberico di superare l’Italia nella produzione industriale; ha un patrimonio storico, archeologico, monumentale stupefacente, un sistema culturale invidiatissimo, forte del fatto che la lingua spagnola è parlata da oltre 500 milioni di persone nel mondo. Ma è soprattutto sul fronte sociale che la Spagna ha dato il meglio di se, e tralaltro nei soli ultimi 15 anni. Nonostante la forte fede cristiana (cattolica) è riuscita ad introdurre una legge sulla fecondazione medicalmente assistita, tra le migliori d’Europa; ha introdotto il matrimonio civile per le coppie omosessuali; ed in questi giorni i principali giornali europei hanno pubblicato la sentenza dei giudici spagnoli, che considerano priva di ogni fondamento costituzionale, la presenza del crocefisso nella scuola pubblica spagnola. Lo stesso principe ereditario Felipe con la sua moglie, ha deciso di mandare il proprio figlio alla scuola pubblica e non privata, come era consuetudine (ed è ancora consuetudine) nella società aristocratica e in quella dell’alta borghesia spagnola. Ma arrivare a questo risultato, la Spagna ha dovuto penare tanto, ha dovuto lavorare con grande intelligenza e senso etico, nel costruire il futuro del suo popolo senza alcun riferimento ideologico. Tutto iniziò con la fine della dittatura fascista. Il generale Franco per primo, sapendo che ormai gli rimaneva poco da vivere, decise che dopo di lui la Spagna sarebbe dovuta tornare ad essere una Monarchia, e che quindi presto la famiglia reale di Spagna sarebbe tornata definitivamente in patria. Nel 1976 Re Juan Carlos di Borbone diede l’incarico di primo ministro del nuovo regno spagnolo ad un giovane 43nne: Adolfo Suàrez Gonzàlez. Era un uomo totalmente sconosciuto in Spagna, veniva da ambienti aristocratici e da una famiglia facoltosa di imprenditori e uomini d’affari. Il Re chiese due cose a Suàrez Gonzàlez: formare il nuovo governo e smantellare tutte (e in via definitiva) le strutture fasciste del periodo franchista. Così, Suàrez Gonzàlez portò nel suo governo esponenti giovani, appartenenti alla sua generazione, senza basarsi su alcun tipo di appartenenza partitica. Riuscì a formare così un governo che al suo interno aveva espenenti exfranchisti (falangisti), socialdemocratici, liberali e democristiani. Tutti esponenti che avevano sposato senza dubbi e ombre la fede democratica. Tre anni soltanto bastarono a Suàrez Gonzàlez ha fare quello che Re Juan Carlos gli chiese. Il suo governo dal 1976 al 1979, traghettò la Spagna in un futuro all’insegna della democrazia parlamentare, dei diritti civili e dell’economia liberale. Suàrez Gonzàlez dopo quella esperienza lasciò la politica e decise di tornare alla vita d’imprenditore e di uomo d’affari. Si svilupparono due grandi partiti: il partito popolare e il partito socialista, e se la Spagna oggi è quello che è, deve ringraziare Adolfo Suàrez Gonzàlez.
Bretton Woods II: una vecchia cura per una nuova malattia.
A Bretton Woods nel New Hampshire (Stati Uniti), si stipularono gli accordi fra i rappresentanti di Stati Uniti, Regno Unito e altri 42 Paesi nel 1944, per la creazione di un sistema monetario internazionale da rendere operativo dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. Gli obiettivi di tale sistema erano la promozione del libero commercio internazionale, la creazione dell’occupazione, e la stabilità dei prezzi. Quello di Bretton Woods, era un sistema del tipo Gold Exchange Standard, in cui ogni Paese si impegnava a mantenere fisso il cambio della propria valuta nei confronti del Dollaro statunitense; gli Stati Uniti, dall’altra parte, avevano il compito di mantenere costante il valore del Dollaro rispetto all’Oro, il cui prezzo venne fissato a 35 Dollari per Oncia. Per Ogni valuta fu stabilita una parità centrale nei confronti del Dollaro e un margine di oscillazione dell’1% in più o in meno rispeto a tale parità. Un Paese avrebbe dovuto utilizzare le proprie riserve per acquistare e/o vendere la propria valuta al fine di impedire che essa si deprezzasse e/o apprezzasse oltre l’1% rispetto alla parità centrale. Al fine di controllare che i Paesi rispettassero determinate regole di comportamento per quanto riguardava il commercio e la finanza internazionali e per prestare valuta ai Paesi che presentavano squilibri di bilancia dei pagamenti, fu costituito il Fondo Monetario Internazionale (FMI). Ogni Paese aderente al FMI apportava una determinata quota calcolata in Milioni di Dollari; il 25% di tale quota doveva essere versata in Oro o Dollari, il restante 75% nella propria valuta nazionale. I membri potevano, a determinate condizioni, prendere a prestito dal fondo nella misura della quota in Ora (o Dollari) da loro versata per finanziare deficit temporanei di bilancia dei pagamenti. In caso di “squilibrio fondamentale” di bilancia dei pagamenti, a un Paese poteva essere consentito di modificare la parità centrale della propria moneta. Il sistema di Bretton Woods funzionò senza grossi problemi fino alla fine degli anni Cinquanta, quando i deficit della bilancia dei pagamenti statunitense aumentarono drasticamente. Poiché tali deficit furono finanziati con Dollari, le riserve ufficiali in Dollari dei Paesi del FMI aumentarono enormemente, fino a diventare, nel 1970, più del quadruplo delle riserve auree degli Stati Uniti. Si generò così l’aspettativa di un aumento del prezzo dell’Oro in Dollari e si verificarono massicce vendite di Dollari a fronte di Oro e valute forti (in particolare il Marco tedesco, lo Yen giapponese e il Franco svizzero). Il 15 Agosto 1971 il presidente americano R. Nixon annunciò che gli Stati Uniti non avrebbero più convertito automaticamente i Dollari delle banche centrali in Oro, decretando di fatto la fine del sistema di Bretton Woods. Il regime di cambi fissi rimase in vita fino al Marzo del 1973, quando, dopo l’ennesima crisi del Dollaro, le autorità monetarie dei principali Paesi industrializzati decisero di lasciare le loro monete libere di fluttuare. Così la storia della prima (e per ora unica) Bretton Woods. Ma torniano ai tempi attuali, ed in particolare alle dichiarazione simpatiche che il Ministro Tremonti ci regala ogni volta che vede una telecamera e un microfono dei Media. Il Minitro italiano dell’Economia ha la passione delle paroline ad effetto, quasi si trattassero delle formule magiche da esibire ogni volta che il caso lo richiede. Ma oltre a sciaquarsi la bocca di frasi del tipo: “… ci vuole una seconda Bretton Woods …”, il Ministro dovrebbe essere anche così coscienzioso e chiaro, nel definire esattamente punto per punto cosa intende per una Bretton Woods II. Perché detto così, sembra una grande fesseria o forse, lo stesso Ministro Tremonti, non ha la più pallida idea di cosa siano stati gli accordi del 1944 e ancor di più non ha la più pallida idea di come traghettare fuori dalla crisi il nostro Paese.
Consiglio gratuito: lasci perdere la politica e torni a fare il fiscalista, che è meglio. Soprattutto per noi italiani.
11 Novembre 1961: la strage degli innocenti.
Il 1960 fu un anno pieno di avvenimenti importanti a livello internazionale. Viene costituita l’EFTA (Associazione Europea di Libero Scambio) da parte di sette Paesi dell’Europa Centro-Settentrionale guidiati dal Regno Unito, e viene costituito l’OPEC (Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio), che riunisce inizialmente Arabia Saudita, Indonesia, Iran, Iraq, Kuwait, Nigeria e Venezuela, mentre i venti Paesi più industrializzati dell’Occidente danno vita al OCDE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico). Ma è soprattutto il continente africano ad offrire i più importanti eventi dell’anno, con molti paesi che raggiungono la loro indipendenza dopo un lungo periodo di colonizzazione straniera. Ottengono l’indipendenza il Camerun (ex francese), il Togo, il Madagascar, il Ghana, la Somalia, il Dahomey, il Niger, l’Alto Volta, la Costa d’Avorio, il Ciad, la Repubblica Centro-Africana, il Gabon, il Senegal, Il Mali, la Nigeria, la Mauritania e il Congo (ex francese ed ex belga). Ed è soprattuto questo che al momento della sua indipendenza creerà non pochi problemi all’intera comunità internazionale. Proclamata l’indipendenza dal Belgio, molti secessionisti fomentati dalle grande compagnie minerarie occidentali scoppiano nelle regioni del Katanga e del Kasai; ottenuto l’intervento dell’ONU, il Primo Ministro Lumumba viene destituito e fatto arrestare dal presidente Kasavubu, che affida la guida del Paese al comandante in capo dell’esercito, il colonnello Mobutu, e sarà proprio quest’ultimo che genererà tutto ciò che avverrà l’anno dopo. Con la connivenza del governo centrale, il leader dei secessionisti katanghesi Ciombè fa assassinare l’ex Primo Ministro Lumumba; un massiccio intervento militare dell’ONU farà scatenare ancora di più la situazione, con il Segretario Generale delle Nazione Unite che cadrà vittima di un attentato nel mese di novembre. Lo stesso mese in cui l’Italia pagherà a caro prezzo il suo esordio in una missione ONU, dopo solo 6 anni dal suo ingresso nella NATO. Il 7 novembre 1960 nasce il Distaccamento 46a Brigata Aerea Congo, la partecipazione italiana alla missione ONU in Congo, il cui compito era quello di assicurare il 70% delle attività di trasporto aereo, rifornendo e collegando i vari centri ONU sparsi in tutto il Congo. L’11 Novembre 1961 partono due C119 dell’Aeronautica Militare Italiana con i simboli delle Nazioni Unite dall’aeroporto di Kadima, destinazione Kindu. Nei due aeroplani ci sono 13 Militari dell’Aeronautica Militare. Arrivati a Kindu, iniziano le operazioni di sbarco delle attrezzature. Verso le 13,00 ora locale, si dirigono ad una mensa per il pranzo non molto distante dall’aeroporto. Sembrava che andasse tutto bene, ma all’improvviso entrano nel ristorante una quarantina di militari congolesi completamente ubriachi, che alle grida “squartiamo i maiali” si dirigono verso i militari italiani e lì inizia la tragedia. I 13 militari italiani vengono assaliti e aggrediti con una ferocia che definire bestiale non rende perfettamente la realtà dei fatti; vengono massacrati con armi da fuoco, ma non del tutto morti, vengono trascinati al di fuori del ristorante e vengono uccisi definitivamente a colpi di macete. Dopo di che, vengono caricati su dei camion e portati nell’entroterra, vicino ad un paese dentro la foresta congolese, dove praticano ancora il cannibalismo e i loro corpi vengono venduti al mercato nero per 14 Franchi al Chilogrammo. Al momento della tragedia, le autorità locali divulgarono la notizia che i militari ubriachi li avevano scambiati per soldati belgi, una versione successiva disse che i militari italiani, in realtà stavano trasportando delle armi per conto dell’ONU e che sarebbero andate ai soldati malesi. Si disse anche, e fu la versione ufficiale del governo italiano, che i militari italiani furono soltanto aggrediti nella mensa e che forse soltanto uno di loro era morto e che gli altri 12 militari erano stati arrestati e portati in una stazione della polizia congolese e che soltanto dopo più di una settimana i loro corpi furono ritrovati non si sa dove e non si sa come. Oggi ricorre il 47° anniversario della più grave perdita delle Forze Armate del dopoguerra (fino alla strage di Nassyria) e non fu per combattimento. Oggi, il Congo non è molto cambiato. Ci sono gravi problemi di stabilità politica e quelle vittime morirono per nulla. Oltre a loro morirono altri 9 militari italiani tra il 1960 e il 1961:
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Lamponi Mario (Maresciallo Motorista)
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Celli Sergio (Capitano Pilota)
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Giorni Dario (Tenente Pilota)
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Quadrini Italo (1° Aviere Montatore)
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Soru Raffaele (Caporale C.R.I.)
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Parmeggiani Amedeo (Maggiore Pilota)
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De Luca Onario (Sottotenente)
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Remoti Francesco P. (Tenente Medico)
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Quadrumani Nazzareno (Maresciallo Motorista)
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Paga Francesco (Sergente Marconista)
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Marcacci Martano (Sergente Elettromeccanico)
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Possenti Silvestro (Sergente Maggiore Montatore)
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Monelli Giorgio (Capitano Pilota)
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Garbati Giulio (Sottotenente Pilota)
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Di Giovanni Filippo (Maresciallo Motorista)
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Mamone Antonio (Sergente Marconista)
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Fabi Armando (Sergente Maggiore Elettromeccanico)
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Stigliani Nicola (Sergente Maggiore Montatore)
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Nisi Elio (Capitano Pilota)
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De Risi Giovanni (Maresciallo Pilota)
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Fondi Tommaso (Maresciallo Motorista)
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Sceglimbeni Giuseppe (Maresciallo Marconista)
A questi ventidue soldati, si dovrebbe dedicare qualcosa di più di una banale stele in pietra, visibile da chiunque arrivi all’aeroporto di Fiumicino e con il treno si diriga a Roma. Qualcosa di più, molto di più.
La svolta di Redmond?
Windows 7, tra le varie novità, integrerà un kernel molto più snello. Il nome col quale il nuovo kernel è per il momento conosciuto è MinWin. Nel corso di un’intervista rilasciata negli Stati Uniti, Mark Russinovich – la cui azienda (Sysinternals) è stata acquistata da Microsoft nel Luglio 2006 – ha confermato che MinWin sarà parte integrante di Windows 7 (…)
PCOPEN
Chi la fa, l’aspetti.
Dovremmo essere oramai abituati alle battute del nostro Presidente del Consiglio, e sapere per questo che anche se frasi infelici e inopportune, sono sempre delle vere e autentiche frasi senza alcuna malizia, cattiveria o malafede. Chi invece è in malafede, chi attacca in modo spregiudicato, è la Sinistra Italiana o il Centro-Sinistra se preferite, che sta all’opposizione in questo preciso momento in Italia. Così come era all’opposizione durante il precedente Governo Berlusconi tra il 2001 e il 2006, quando andavano in giro (i sinistroidi) a dare del nazista il presidente George W. Bush per via della guerra in Iraq e per Guantanamo. Ed è ancora più ridicolo che (sempre i sinistroidi) per via della frase di Silvio Berlusconi, ci possa essere un’incrinazione dei rapporti tra Stati Uniti e Italia. Vorrei però tornare sul caso specifico e in particolare su Barack Obama, che durante la sua campagna elettorale, decise di visitare l’Europa, andando ovunque, visitando cani e porci, ma non degnarsi di fissare anche se per qualche ora, una tappa in Italia.
La pastorale americana.
Ecco un uomo che non è stato programmato per avere sfortuna, e ancora meno per l’impossibile. Ma chi è pronto ad affrontare l’impossibile che sta per verificarsi? Chi è pronto ad affrontare la tragedia e l’incomprensibilità del dolore? Nessuno. La tragedia dell’uomo impreparato alla tragedia: cioè la tragedia di tutti.
(Philip Roth)
I martiri mai dimenticati.
In molti Paesi ancora oggi si ricordano i molti soldati caduti in battaglia, spesso giovanissimi, durante la Prima Guerra mondiale. I giorni delle cerimonie si chiamano Giorno dell’Armistizio in Francia, ANZAC Day in Australia, Remembrance Sunday in Gran Bretagna e Memorial Day negli Stati Uniti d’America. In Italia al ricordo dei caduti è riservato il 4 Novembre, anniversario della vittoria. In Italia, durante i governi liberali e poi sotto il fascismo si costruirono moltissimi monumenti, soprattutto nelle piazze delle città e dei paesi, anche quelli molto piccoli. In Francia si erigono nel dopoguerra oltre 35.000 tra steli, obelischi e altre costruzioni. In Italia è il fascismo che si fa interprete e custrode della memoria, consegnando così anche a queste effigi di marmo o bronzo la sua retorica. E’ soprattutto fra il 1925 e il 1928 che il fascismo si impegna in Italia nella progettazione e nella realizzazione di alcuni fra i più noti monumenti ufficiali della guerra. Fra tutti il più importante è il complesso monumentale di Redipuglia dove, accanto alla “zona sacra” del Monte di San Michele, il cimitero “degli invitti” della III Armata del 1923 viene ampliato nella imponente scalinata dei centomila, inaugurata nel 1938. Nei monumenti, piccoli e grandi, eretti in quegli anni in Italia i nomi sono di solito organizzati gerarchicamente, dal primo ufficiale all’ultimo soldato, che così non sono uguali neppure dopo la morte. Negli epitaffi si pone l’accento sul patriotismo e sull’eroismo dei soldati più che sul dolore per la loro morte. Le statue dei monumenti si ergono fiere per le azioni compiute dai caduti, più che prostrarsi in raccoglimento per la loro dipartita. Nei monumenti ai caduti francesi, i toni retorici e patriotici sono meno accentuati. Il minor controllo del potere lascia evolvere in senso pacifista le associazioni degli ex combattenti, cosa che non può avvenire in Italia, e la memoria della guerra si evolve in forme meno dogmatiche e più varie, forse per questo più durature e ancor oggi commoventi. Così si possono trovare, infise sul marmo, persino parole che maledicono la guerra, capace di generare solo morte e disperazione.
Il genocidio degli Armeni.
Tra le peggiori atrocità della I Guerra Mondiale – che il governo italiano ha deciso di festeggiare in pompa magna – figura una delle pagine più vergognose tra le più conosciute violazioni dei diritti umani, che ancora oggi è poco noto per la posizione negazionista della Turchia. Stiamo parlando del genocidio perpetrato dalla Stato turco ai danni del popolo armeno, grazie alle circostanze che il conflitto bellico determinò: l’adozione di leggi d’emergenza che limitarono il controllo democratico-parlamentare e i diritti dei cittadini, la propaganda e la psicosi bellicistica della popolazione, la distrazione dell’opinione pubblica internazionale. Il contrasto fra i turchi e gli armeni ha origini etnico-religiose e scaturisce dal disegno ottomano di un’espansione verso i territori orientali, volta a riunire tutti i popoli di etnia turca. Nel biennio 1894-1896 una prima ondata di violenze è ispirata dal sultano Abdul Hamid II, che scatena contro gli armeni l’odio di un’altra minoranza dell’Impero, quella curda. Nel 1909 una seconda ondata di persecuzione arriva dal governo dei Giovani Turchi, il movimento fautore di un rinnovamento costituzionale della Turchia. Le due regioni storicamente occupate dagli armeni, la Cilicia e l’Armenia, sono teatro di massacri e arresti di massa. Nei due eccidi si conteranno oltre 300.000 vittime su una popolazione di 2 Milioni di persone, senza contare diverse decine di migliaia di conversioni alla religione islamica, nonché una ondata (mai calcolata) di profughi in fuga dal territorio ottomano. Nel 1914 la Turchia si schiera accanto alla Germania e agli Imperi centrali in funzione antirussa. Gli armeni ottomani, situati geograficamente ai confini del fronte orientale, entrano a far parte dell’esercito imperiale turco, ma ciò non metterà fine alla loro persecuzione. Alla fine del 1914, Enver Pascià che ha assunto il comando della III Armata ottomana, decide di sferrare l’attacco verso il Caucaso russo in pieno inverno. Sarà un disastro militare e quello che rimarrà dell’armata turca, ripiegherà confusamente il confine, con l’esercito russo alle calcagne, il quale nel giro di pochi mesi conquisteranno le città di Van, di Erzerum e di Bitlis. Un’occasione più ghiotta per i turchi non ci sarà, e così usano gli armeni come capro espiatorio, scaricando su di loro l’accusa della sconfitta e accusandoli di complicità con gli stessi russi. I soldati armeni presenti nell’esercito turco vengono disarmati e vengono deportati insieme alla popolazione civile. I membri dell’élite armeni vengono arrestati e giustiziati dopo avergli estorto con la tortura la confessione. Il massacro dei civili, verrà consumato per le strade durante la deportazione, lontano da occhi indiscreti, ma soprattutto dalla presenza di osservatori stranieri. Stessa fine agli armeni della Cilicia, che vengono portati nel deserto siriano e iracheno. Ci saranno anche episodi di resistenza armena, come per esempio i leggendari “40 giorni del Mussa Dagh”, dove grazie alle forze armate francesi vengono salvati 4.000 armeni nel confine iraniano. Questi episodi, non mutano però il tragico risultato. Alla fine del 1916, gli armeni sopravvissuti sono quelli concentrati a Costantinopoli e a Mirne, insieme a circa 300.000 persone al seguito dell’esercito russo oramai in ritirata. Il genocidio degli Armeni, può quindi essere inquadrato in circa 1.500.000 vittime.
Il ritorno di “Conan il Repubblicano”.
Splendida performance del Governatore della California Arnold Schwarzenegger, in sostegno di McCain-Palin.
E’ un vero peccato che il presidente degli Stati Uniti, debba essere un cittadino americano per diritto di nascita.

