Armando Vittorio Diaz nasce nel 1861 in provincia di Salerno da una famiglia di militari e magistrati. Frequenta l’Accademia Militare di Torino e la sua vita sarà coronata da una fulgida e veloce carriera militare. Comandante di un reggimento durante la campagna di Libia (1911), diventa segretario del Generale Pollio e in seguito del Generale Cadorna. Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale prende il comando del 23° Corpo d’Armata sul Carso. Dimostrerà eccezionali doti professionali, ma soprattutto umane, impegnandosi a perfezionare al meglio le esigenze dei singoli soldati, coniando il detto: “si comanda più con il cuore, che con la forza”. Dopo la disfatta di Caporetto, sostituisce Luigi Cadorna al Comando Supremo, su ordine diretto del Re Vittorio Emanuele III. Scelta che si dimostrerà giusta, rivelando Diaz come l’uomo giusto, al posto giusto, nel momento più critico del conflitto. Prudente e sereno, si dimostrerà caratterialmente l’esatto opposto di Cadorna, comprensivo verso gli orrori della guerra, l’attenzione vigile verso i suoi soldati, e un atteggiamento collaborativo verso i vertici politici, lo renderanno una figura molto popolare nell’opinione pubblica italiana. Al termine della guerra verrà nominato Senatore del Regno. Nel 1922 verrà nominato Ministro della Guerra nel I Governo Mussolini e nel 1924 verrà insignito del titolo di Maresciallo d’Italia. Morirà a Roma nel 1928.
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Spot degenerato.
I martiri mai dimenticati.
In molti Paesi ancora oggi si ricordano i molti soldati caduti in battaglia, spesso giovanissimi, durante la Prima Guerra mondiale. I giorni delle cerimonie si chiamano Giorno dell’Armistizio in Francia, ANZAC Day in Australia, Remembrance Sunday in Gran Bretagna e Memorial Day negli Stati Uniti d’America. In Italia al ricordo dei caduti è riservato il 4 Novembre, anniversario della vittoria. In Italia, durante i governi liberali e poi sotto il fascismo si costruirono moltissimi monumenti, soprattutto nelle piazze delle città e dei paesi, anche quelli molto piccoli. In Francia si erigono nel dopoguerra oltre 35.000 tra steli, obelischi e altre costruzioni. In Italia è il fascismo che si fa interprete e custrode della memoria, consegnando così anche a queste effigi di marmo o bronzo la sua retorica. E’ soprattutto fra il 1925 e il 1928 che il fascismo si impegna in Italia nella progettazione e nella realizzazione di alcuni fra i più noti monumenti ufficiali della guerra. Fra tutti il più importante è il complesso monumentale di Redipuglia dove, accanto alla “zona sacra” del Monte di San Michele, il cimitero “degli invitti” della III Armata del 1923 viene ampliato nella imponente scalinata dei centomila, inaugurata nel 1938. Nei monumenti, piccoli e grandi, eretti in quegli anni in Italia i nomi sono di solito organizzati gerarchicamente, dal primo ufficiale all’ultimo soldato, che così non sono uguali neppure dopo la morte. Negli epitaffi si pone l’accento sul patriotismo e sull’eroismo dei soldati più che sul dolore per la loro morte. Le statue dei monumenti si ergono fiere per le azioni compiute dai caduti, più che prostrarsi in raccoglimento per la loro dipartita. Nei monumenti ai caduti francesi, i toni retorici e patriotici sono meno accentuati. Il minor controllo del potere lascia evolvere in senso pacifista le associazioni degli ex combattenti, cosa che non può avvenire in Italia, e la memoria della guerra si evolve in forme meno dogmatiche e più varie, forse per questo più durature e ancor oggi commoventi. Così si possono trovare, infise sul marmo, persino parole che maledicono la guerra, capace di generare solo morte e disperazione.