Oggi si rinnova il parlamento della Catalogna, il cuore della Spagna per storia, cultura e uno dei motori economici del regno iberico. Il parlamento catalano è formato da 135 seggi, con 68 il margine di maggioranza. Attualmente il partito indipendentista è il partito di maggioranza relativa con 62 seggi, seguito dai socialisti con 28 seggi, i popolari con 18 seggi e altri quattro partiti che si dividono i restanti 27 seggi. Il partito indipendentista catalano deve non vincere ma stravincere queste elezioni, per poter dare un segnale forte anche fuori dai confini spagnoli e in particolare qui in Italia. Anche se in una costituzione non è prevista espressamente che un’area di una nazione può giuridicamente secedere da essa, non significa che non può farlo ugualmente. Siamo tutti catalani e non è un semplice slogan romantico, soprattutto se è pronunciato da un sardo, da uno che vive in un’isola dove una parte della popolazione che ci vive è realmente di origine catalana. Se la Catalogna riuscirà in questa impresa, anche la Sardegna ci riuscirà, anche se dovrà aspettare il 2014.
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Di cosa realmente abbiamo bisogno.
Dopo i fatti accaduti nel Sulcis, dove si sono visti i rappresentanti del governo italiano scappare in elicottero, gli stessi da Roma hanno voluto giustificare il fattaccio, dicendo che c’è qualche collegamento tra i disordini sardi e quelli che sono accaduti nel resto della penisola. Discreditare l’onorabilità dei lavoratori sardi, perché non in condizione di dare risposte politiche serie ai problemi che ci sono a monte di quei disordini. Niente infiltrazioni criminali di natura anarchica nella manifestazione degli operai, ma un problema serio imputabile solamente alla classe politica: per due terzi a quella nazionale e un terzo a quella sarda. Ora salteranno fuori finanziamenti a pioggia per quello o quell’altro, ma la Sardegna se c’è una cosa che non deve chiedere sono i soldi; la Sardegna non ha bisogno di assistenzialismo, noi sardi non siamo e non vogliamo essere dei mantenuti, o peggio, dei parassiti. La Sardegna ha bisogno di strumenti, quelli che gli può permettere con le proprie forze di risolvere tutti i problemi economici e sociali presenti nell’isola. Questi strumenti si potranno avere solamente con un vero autonomismo di tipo federale, oppure l’unica alternativa a questa la secessione dalla repubblica italiana, perché soltanto con l’indipendenza i sardi saranno finalmente un popolo libero e felice, in grado di autogovernarsi senza dover dipendere più da nessun governo straniero. E’ da 592 anni che aspettiamo questo momento ed è tempo che questo momento si concretizzi.
Unione Europea, se ci sei batti un colpo.
Adesso che l’Unione Europea ha preso il premio Nobel alla Pace, forse è venuto il momento di guadagnarselo sul serio. Iniziando a mettere dei paletti sugli atteggiamenti fascistoidi di certi Stati membri, nei confronti delle regioni che invocano più libertà, autonomia e indipendenza. Primi fra tutti Italia e Spagna, nei confronti della Sardegna e della Catalogna. Se è vero, che questa è l’Europa delle regioni, allora significa che in vista di una Europa federale, questa deve essere rappresentata non dai singoli Stati unitari, ma proprio delle regioni europee. Mi aspetto, che Bruxelles sia chiaro in questo punto, e dichiari che nessun governo europeo può vietare in qualunque forma l’autodeterminazioni delle realtà regionali.