La morte di Cavour commuove tutta la popolazione di Torino, dalle Autorità alla gente di umili condizioni. Nel mondo politico è viva la preoccupazione per le difficoltà che attendono il nuovo Regno d’Italia, ora che ha perso il suo sicuro timoniere.
Tu hai visto Torino nei suo giorni di festa[1], mi rammarico che tu non l’abbia vista nel suo giorno di dolore[2]. Il dolore è stato generale, in tutte le classi sociali, nelle persone di tutte le età, perfino i bambini capivano che una disgrazia insopportabile era piombata su di noi. Le persone in strada erano cupe, costernate. I negozi hanno chiuso spontaneamente, i teatri pure. Si piangeva dappertutto. Non è un modo di dire, si piangevano lacrime vere, si piangeva al Senato, alla Camera, ai Ministeri, Hudson piangeva come un bambino. Non si aveva che un pensiero e si è ancora sotto il peso di questa terribile idea e delle sue conseguenze. Anche gli avversari sono stati corretti. L’Armonia[3] ha pubblicato un articolo molto bello, considerate le sue opinioni. Tutti capivano che perdevano in Camillo più di quel che volevano ammettere. Lo sventurato Piemonte ha perso la sua preponderanza, la sua iniziativa. Ora bisognerà spiare da tutti i lati dei ministri, che possono essere degli uomini speciali, ma non saranno che uno spicciolo di Cavour e poi tutti hanno paura sia del peso dell’eredità, sia del paragone. Ricasoli ha accettato, dopo aver fatto resistenza, di formare il Ministero. Il Re aveva proposto di mettere questa povera salma a Superga. Era ben fatto. Nessuno ha fatto e farà quanto Camillo per Casa Savoia, ma la famiglia è contraria e vorrebbe conservarlo a Santena, nella cripta e nella nicchia che lui stesso aveva scelto. La nostra aristocrazia trova che sia una enormità seppellire un privato nel sepolcro dei nostri Principi. Quelli sono sempre “gretti” e non sanno accordare le loro idee con quelle del Paese. Tuttavia ci sono anche quelli che combattono questa miserabile idea. Tuo padre si dà molto da fare e l’Amico[4] è furioso. Quanto a lui, povero Camillo, ha continuato fino alla fine a parlare a se stesso di tutto quello che lo aveva occupato con una logica e una lucidità incredibili facendo talvolta dei calcoli come avrebbe potuto fare un capo divisione nel suo ufficio. Ha parlato al Re completamente lucido. I suoi ultimi momenti sono stati perfettamente tranquilli e senza sofferenze apparenti. I medici dicono che è morto per una paralisi del cervelletto[5] dovuta all’eccesso di lavoro.
Note.
1. Giorni di festa: si riferisce alle celebrazioni per l’Unità d’Italia, svoltesi con grande entusiasmo e sfarzo a Torino a partire dal 17 marzo 1861.
2. Giorno di dolore: il 6 giugno 1861, data di morte di Cavour.
3. L’Armonia: era un giornale di ispirazione cattolica, che aveva combattuto aspramente le posizioni antiecclesiastiche di Cavour. Nel dare l’annuncio della sua morte scrisse: “avversari politici dell’illustre estinto, finché fu potente ne combattemmo con forza e con libertà di idee e gli errori. Sul suo freddo cadavere non penseremo che ai bei doni dell’animo suo”.
4. L’Amico: è il termine sempre usato da Costanza per riferirsi al Conte Guglielmo Moffa di Lisio, un caro amico della famiglia D’Azeglio.
5. Paralisi del cervelletto: in realtà Cavour, già malato per un’infezione contratta nelle risaie di Leri, fu vittima di una febbre di tipo malarico.