Do not disturb, please.

Ho ben altro da fare, che vedere e/o ascoltare il solito e canonico sermone del Presidente del Consigli di turno, davanti all’assemblea parlamentare. Tanto anche questo governo, che duri poco o un’intera legislatura, non manterrà nemmeno il 10% di quello che promette di fare.

The Quirinalost.

La città di Roma è in fermento da ieri. I romani e non solo, hanno mal digerito la storica (o stoica?) rielezione di Giorgio Napolitano alla presidenza della Repubblica. C’è in città Beppe Grillo, che già in mattinata si è trattenuto con i giornalisti, ed ora il mondo dei grillini manifestano in piazza contro quello che per loro è un golpe. Chiaramente tutto questo al re senza corona che sta al Quirinale non interessa molto, perché lui non si è mai sentito il presidente degli italiani, ma il presidente dello Stato italiano. Inizia nel modo peggiore questo secondo settennato di Napolitano, sempre se sarà un settennato pieno. L’avevo detto tempo addietro, che il 2013 essendo l’anno del trentesimo anniversario della morte dell’ultimo Re (quello vero) d’Italia, non avrebbe portato bene alla Repubblica Italiana, ma non immaginavo che l’Italia sarebbe arrivata così in basso. Per colpa del partito politico del presidente Napolitano (altro che Super Partes), ci siamo ritrovati per la prima volta nella storia repubblicana, un parlamento incapace di eleggere un nuovo Capo dello Stato e pur avento dei parlamentari con un età media molto bassa rispetto al passato e parte di questi neoletti, sono riusciti ad eleggere un ottantottenne alla presidenza della Repubblica. Con questo gesto, non hanno solo creato un solco, tra le istituzioni e i cittadini, ma dentro le stesse istituzioni. Non sono un costituzionalista, ma dubito che i costituenti redigendo la costituzione nella parte dedicata al Capo dello Stato, avessero previsto che un presidente potesse rimanere in carica per ben 14 anni, visto che tra le tante funzioni presenta quella di presidente onorario del CSM e di capo delle Forze Armate. Le istituzioni politiche italiane, hanno voluto così abbandonare la via democratica, per qualcos’altro che non sarà una dittatura, ma di certo non è più una democrazia. Hanno voluto sospendere la repubblica, per qualcosa che non è una monarchia, ma non è più una repubblica. Il Quirinale non è più la presidenza della repubblica e non è di certo il palazzo reale, residenza di un sovrano. E’ un limbo, anzi un non limbo ed è arrivato il momento che gli italiani si impossessino idealmente di quel edificio e decidano loro se vogliono che torni ad essere la sede della presidenza della Repubblica o il palazzo reale. Qualunque scelta preferiranno tra le due, Giorgio Napolitano non è più persona gradita dentro le mura del Quirinale.

Dicono i saggi.

Dopo otto giorni di lavoro intenso e estenuante, i saggi incaricati dal presidente della repubblica sono arrivati alla conclusione che, l’Italia è messa proprio male come gli italiani sanno da anni, che la colpa di questa situazione è dell’attuale classe politica che gli italiani non riescono a liberarsi e che, per rimettere a posto le cose basterebbe fare esattamente quello che vogliono gli italiani, ma non vogliono fare la classe politica italiana. Tutto questo l’hanno capito in solo otto giorni? Sono proprio dei saggi.

Di cosa realmente abbiamo bisogno.

Dopo i fatti accaduti nel Sulcis, dove si sono visti i rappresentanti del governo italiano scappare in elicottero, gli stessi da Roma hanno voluto giustificare il fattaccio, dicendo che c’è qualche collegamento tra i disordini sardi e quelli che sono accaduti nel resto della penisola. Discreditare l’onorabilità dei lavoratori sardi, perché non in condizione di dare risposte politiche serie ai problemi che ci sono a monte di quei disordini. Niente infiltrazioni criminali di natura anarchica nella manifestazione degli operai, ma un problema serio imputabile solamente alla classe politica: per due terzi a quella nazionale e un terzo a quella sarda. Ora salteranno fuori finanziamenti a pioggia per quello o quell’altro, ma la Sardegna se c’è una cosa che non deve chiedere sono i soldi; la Sardegna non ha bisogno di assistenzialismo, noi sardi non siamo e non vogliamo essere dei mantenuti, o peggio, dei parassiti. La Sardegna ha bisogno di strumenti, quelli che gli può permettere con le proprie forze di risolvere tutti i problemi economici e sociali presenti nell’isola. Questi strumenti si potranno avere solamente con un vero autonomismo di tipo federale, oppure l’unica alternativa a questa la secessione dalla repubblica italiana, perché soltanto con l’indipendenza i sardi saranno finalmente un popolo libero e felice, in grado di autogovernarsi senza dover dipendere più da nessun governo straniero. E’  da 592 anni che aspettiamo questo momento ed è tempo che questo momento si concretizzi.

La mia cartina dell’Italia.

Io, al posto del governo, e per disgrazia degli italiani non è così, anziché tirar fuori quella pagliacciata di abbassare le provincie italiane, avrei iniziato con il dimezzare le regioni, portandole da venti a dieci.

Dopo, avrei cancellato tutte le province (nessuna esclusa), per sostituirle con un ente amministrativo nuovo (Circondari distrettuali), dove l’organo amministrativo di tali enti è il comune più rappresentativo di quel circondario. Solo così potrebbe ridimensionare notevolmente la spesa pubblica (costi della politica), essendo in grado di poter offrire un miglior servizio pubblico ai cittadini. Ne avevo già parlato qui, quattro anni fa.

Province italiane: si, no, forse.

Eccovi servita l’ennesima fregatura al popolo italiano. Dovevano eliminarle le province, invece le diminuiscono con il solito accorpamento all’italiana, ma solo nelle regioni a statuto ordinario, così nelle altre regioni (a statuto speciale) tutto rimane invariato. A partire  dalla Sardegna, che con un referendum le aveva abolite tutte quante e che adesso, invece, si attacca al tram e continuerà ad averne otto.

 

In Italia cambia per non cambiare nulla. Complimenti, poi, per la conferenza stampa fatta dai ministri che hanno partorito questo ennesimo obrobrio giuridico-amministrativo.