Perché l’indipendenza della Scozia interessa da vicino la Sardegna.

Tutto iniziò quando Giacomo II Re d’Inghilterra della Casata Stuart, nonché Re di Scozia come Giacomo VII, per via delle sue simpatie verso il cattolicesimo, fu esautorato dal parlamento di Londra con un decreto e cacciato dalla Gran Bretagna e al suo posto salì al trono la figlia Maria sposata con Guglielmo d’Orleans, entrambi protestanti. Fu chiamata la rivoluzione gloriosa per paura di un ritorno del cattolicesimo nell’isola britannica. Giacomo II andò in Francia, esule dal cugino Luigi XIV e sia lui e sia i suoi discendenti, si videro riconosciuti, nonostante tutto, il titolo di reali di Scozia e Inghilterra. Dopo Giacomo II arrivò Giacomo Francesco Edoardo Stuart, Carlo Edoardo Stuart ed infine Enrico Benedetto Stuart, ultimo membro dell’omonima casata per discendenza diretta. Quest’ultimo perseguì la carriera religiosa e quando al Vaticano dovette ricevere l’ordine cardinalizio, il Sommo Pontefice fece sparare dei colpi di cannone a salve da Castel Sant’Angelo, giustificandosi che il neo cardinale che aveva di fronte era il figlio di un Re. Enrico Benedetto Stuart, nel testamento prima di morire lasciò tutto (titoli e averi) al suo parente più prossimo: Carlo Emanuele IV di Savoia Re di Sardegna e da lui tutti i suoi discendenti. All’inizio del XX Secolo (primi del ‘900) tornò in auge la questione della successione al trono di Scozia, grazie ad un studioso inglese, Frederick Rolfe, il quale definì Vittorio Emanuele III di Savoia, Re d’Italia, l’unico Re legittimo d’Inghilterra, in quanto discendente diretto dei Sovrani del Regno di Sardegna. Nel caso la Scozia dovesse raggiungere l’indipendenza dal Regno Unito e le probabilità di optare per la forma repubblicana è assai esile, il neonato Regno di Scozia dovrebbe avviare le procedure per la rivendicazione del trono di Edimburgo e i primi pretendenti sono i Savoia, che fino ad oggi non hanno mai avanzato pretese di alcun tipo, così come di Duchi di Mantova, i Borbone d’Este, anch’essi titolati a rivendicare il trono di Scozia.

Trent’anni fa.

L’azienda dove lavoro è stata aperta nel gennaio del 1983 da mio Padre. C’era il quinto governo Fanfani, l’ultimo della ottava Legislatura. Io entrai nel 1986, trent’anni esatti fa e in carica c’era il primo governo Craxi, il primo della nona Legislatura. Dopo due anni, nel 1988, passai da coadiutore familiare a socio amministratore, quando al governo c’era il primo governo Goria, nella decima Legislatura. Oggi che sono l’amministratore unico, nel 2016, mi toccherà chiuderla, quando al governo c’è Matteo Renzi, in questa diciasettesima Legislatura.  La mia esperienza di imprenditore, è iniziata sotto Craxi e sta per concludersi sotto Renzi. Può sembrare ironico per qualcuno, la legge del contrapasso per altri, triste, liberatorio, o chissà cos’altro. Ma per me, forse, non è nemmeno la fine di una storia personale e aziendale che si chiude dopo tre decenni, ma soltanto l’opportunità di aprire un’altra storia, intraprendere un nuovo cammino che non so dove mi porterà e quanto tempo mi occuperà, ma certamente sarà importante, molto importante viverlo giorno dopo giorno, esattamente come ho vissuto questi ultimi trent’anni.

Primo maggio 2014.

È il primo maggio, in tutta Italia significa festa del lavoro, in quest’isola vuol dire una cosa sola: festa di Sant’Efisio, il santo soldato. Dirigendomi dalla piazza d’armi verso il viale Merello, all’angolo con via Don Bosco, i primi scorci della giornata.

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Percorro tutto il viale Merello, svolto nel Corso Vittorio Emanuele II, fino a svoltare in via Portoscalas, si intravvedono i primi gruppi in costume, si rischia di rimanere imbottigliati in tutto questo marasma. Proseguo per uscire nuovamente nel Corso e si intravvedono le prime Traccas.

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Continuo a camminare per svoltare a sinistra e cercare di passare dall’altro lato della strada per dirigermi finalmente in via Roma.

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Riesco nell’intento, ne approfitto mentre il gruppo soprastante si ferma, ma mi becco lo stesso la romanzina di un ufficiale della Guardia di finanza. Faccio in tempo per immortalare il passaggio sul Largo Felice dei Cavalieri del Alter Nos.

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Proseguo per i portici di via Roma fino al Dayse Bar, mi aspetta il cappuccino, un cannolo e una minerale rigorosamente frizzante. Continuo la mia passeggiata fino al viale Regina Elena, dove finalmente posso entrare ai giardini sotto le mura.

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Le pietre di Pinuccio Sciola sono splendide, ma non da meno l’ulivo ultra secolare è lì,  imperioso come i capolavori dell’artista di San Sperate.

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E l’antico ingresso che collegava la parte superiore di Castello con la parte inferiore

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Per finire, gli ultimi tre doni di Sciola, immersi nell’acqua.

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Si sono fatte le undici, torniamo a casa. Ai giardini pubblici ci andrò un’altra volta.

25 aprile 2014.

Oggi non si lavora, è festa comandata. Ricorre l’anniversario della liberazione della città di Milano (25 aprile 1945). Giornata in onore della resistenza italiana tutta (in teoria), nella realtà di una sola parte della resistenza, quella comunista. Nella mia città si ricorda come in tutto il resto d’Italia, ma nonostante quella che si vede sfilare per le  ie del ce tro è solo una minoranza esigua della nostra comunità.  La maggioranza, della quale io faccio parte, non l’ha mai vissuta come la minoranza la fa passare da 69 anni. Quest’anno ho avuto qualche impiccio a casa e così sono uscito in ritardo per la mia solita passeggiata (7 chilometri circa). Mi sono perso così,  la patetica carrellata dei nostri politicanti, con gli abiti tirati a lucido, per far passare ai cittadini che gli frega qualcosa di questo giorno ed in particolare di coloro che sono morti per la libertà.  Il tempo di fermarmi al Daisy Bar per un Marocchino e poi verso la Via XX Settembre.

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C’ è un corteo seguito da un gruppo di carabinieri in tenuta antisommossa. Ma non si riesce a capire chi sono e cosa centra la loro presenza con la ricorrenza odierna, nemmeno quando mi passano davanti.

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Proseguo per la Via Sonnino, fino a quando nonarrivo davanti all’altare della patria in onore dei caduti della Grande Guerra.

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Non ho potuto fare a meno di immortalare anche i due muri laterali che ricordano i luoghi dove molti italiani persero lavita per difendere la nostra nazione dall’invasore austro-ungarico.

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Riprendo la passeggiata, ho ancora diversi chilometri da fare prima di tornare a casa e devo sbrigarmi, le nuvole che sono in cielo non mi piacciono per nulla.
Anche questo è un modo di onorare il 25 aprile. Almeno per il mio modo di vedere.

Pasquetta 2014.

Sono uscito di casa verso le nove e mi sono diretto verso il quartiere Castello, cuore e anima di tutto il centro storico della città.  Mi sono fatto la salita di Buoncammino (a fatica) venendo da Piazza d’Armi. Affaticato ma soddisfatto per il panorama.

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Ho riposato a sufficienza e così sono arrivato alla Caserma Carlo Alberto di Savoia, oggi ospita alloggi delle Guardie carcerarie, uffici della Polizia di Stato e la sede della Procura Militare.

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Si cominciano a vedere gruppi di turisti che guardano, fotografano e bisbigliano inuna babele di lingue straniere, quando arrivo davanti a Porta Cristina, in onore della Principessa Maria Cristina di Savoia, unica di quella famiglia ad essere nata in terra sarda

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Faccio un salto alla cittadella dei musei

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Un tempo ospitava il Regio Arsenale

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Ma nonostante sia un giorno di festa e in città ci sono turisti, i musei sono chiusi, aprono dopo le dieci. Mi dirigo così verso il Duomo e mi fermo per in attimo dante alla Piazzetta Principessa Mafalda

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E mi volto verso la Torre di San Pancrazio.

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Quanto dolore conservano quelle mura.  Vado verso il Duomo, oltrepasso il Palazzo Viceregio

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I fedeli stanno uscendo dalla cattedrale, an ora qualche passo in più e mi trovo davanti alla cappella privata della famiglia Aymerich, una della più note famiglie nobili della Sardegna. La loro cappella è concessa da anni alla comunità ortodossa della nostra città.  Mi sembra volgare scattare una foto. Me ne vado e proseguo lamia passeggiata verso la terrazza Re Umberto I, proseguo per Via Manno e il Corso Vittorio Emauele II. E’ tempo di tornare a casa.