Trent’anni fa.

L’azienda dove lavoro è stata aperta nel gennaio del 1983 da mio Padre. C’era il quinto governo Fanfani, l’ultimo della ottava Legislatura. Io entrai nel 1986, trent’anni esatti fa e in carica c’era il primo governo Craxi, il primo della nona Legislatura. Dopo due anni, nel 1988, passai da coadiutore familiare a socio amministratore, quando al governo c’era il primo governo Goria, nella decima Legislatura. Oggi che sono l’amministratore unico, nel 2016, mi toccherà chiuderla, quando al governo c’è Matteo Renzi, in questa diciasettesima Legislatura.  La mia esperienza di imprenditore, è iniziata sotto Craxi e sta per concludersi sotto Renzi. Può sembrare ironico per qualcuno, la legge del contrapasso per altri, triste, liberatorio, o chissà cos’altro. Ma per me, forse, non è nemmeno la fine di una storia personale e aziendale che si chiude dopo tre decenni, ma soltanto l’opportunità di aprire un’altra storia, intraprendere un nuovo cammino che non so dove mi porterà e quanto tempo mi occuperà, ma certamente sarà importante, molto importante viverlo giorno dopo giorno, esattamente come ho vissuto questi ultimi trent’anni.

Il piacere nascosto del mio inverno.

L’inverno, il suo freddo, i suoi colori, i suoi odori e i piaceri nascosti che si porta dietro. Il piacere di tenere in mano il sacchetto caldo delle castagne appena comprate dal caldarroste; la soffice fetta di panettone tra i denti; le luminarie di Natale; il color rosso in ogni dove, ma c’è un piacere nascosto che è il migliore di tutti; è quello più desiderato e amato da me: è la neve. Il piacere nascosto del mio inverno, peccato che vivo in una città dove la neve è arrivata tre volte negli ultimi 150 anni. Così , fantastico in questa isolata e anonima domenica di metà novembre; sogno di poter vedere la neve prima della fine dell’anno, prima di augurare il benvenuto al nuovo anno, il 2016 l’anno in cui compierò cinquant’anni. Ma vedere la neve non mi basta, fantastico ancora di più: voglio vederlo nella città che è stata creata apposta per ospitare il Natale più bello del mondo, New York. Sarebbe bello poter andare anche per pochi giorni nella Grande Mela. Alzarmi la mattina in una bellissima stanza d’albergo, infilarmi la vestaglia, avvicinarmi alla finestra, scostare il tendaggio e vedere scendere la neve, ricoprendo le strade i marciapiedi, le tende parasole delle boutique dell’Avenue. Sarà difficile che posso realizzare questo desiderio, in alternativa mi accontenterò di vedere per la seconda volta nella mia vita Cagliari imbiancata.

Novembre sera.

Novembre è il mese che preferisco. Non so se c’è qualche connessione con il fatto che proprio nel mese di novembre sono stato concepito, ma sta il fatto che è il mio mese preferito. L’aria si sa non ha colore e non ha sapore, ma per me l’aria di novembre ed in particolare della sera ha colore e ha sapore. Mi piace tanto camminare la sera di novembre, vedere le luci dei negozi, i primi caldarroste all’angolo delle strade, la gente che esce frettolosamente dai bar, le finestre illuminate di un ospedale nel quartiere. Penso che tutto questo vedere, sia identico a quello che c’era nel novembre di 48 anni fa, lo stesso che vedevano due persone, che con il loro amore decisero di far nascere me. Penso, così, che non ci sia mese più indicato di lasciare per sempre questo mondo, se non il mese in cui siamo stati concepiti. Pensando a chi ci ha messo al mondo e a quella persona con la quale vorremo concepire una nuova vita.

La politica del bivacco.

Era da tempo che non prendevo la macchina e uscivo per il Centro di sabato pomeriggio. Non ho fatto tempo a finire il Viale Merello che ho iniziato a vedere a gruppi di dieci persone, gli immigrati che sono arrivati l’altra settimana dalla Sicilia. Bivaccano in ogni angolo delle strade del Centro Storico ed è un’immagine insopportabile da vedere. Il tempo che la birra faccia il suo effetto e all’arrivo della sera inizieranno a sfogarsi. Meno male che non abito da quelle parti.

Primo maggio 2014.

È il primo maggio, in tutta Italia significa festa del lavoro, in quest’isola vuol dire una cosa sola: festa di Sant’Efisio, il santo soldato. Dirigendomi dalla piazza d’armi verso il viale Merello, all’angolo con via Don Bosco, i primi scorci della giornata.

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Percorro tutto il viale Merello, svolto nel Corso Vittorio Emanuele II, fino a svoltare in via Portoscalas, si intravvedono i primi gruppi in costume, si rischia di rimanere imbottigliati in tutto questo marasma. Proseguo per uscire nuovamente nel Corso e si intravvedono le prime Traccas.

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Continuo a camminare per svoltare a sinistra e cercare di passare dall’altro lato della strada per dirigermi finalmente in via Roma.

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Riesco nell’intento, ne approfitto mentre il gruppo soprastante si ferma, ma mi becco lo stesso la romanzina di un ufficiale della Guardia di finanza. Faccio in tempo per immortalare il passaggio sul Largo Felice dei Cavalieri del Alter Nos.

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Proseguo per i portici di via Roma fino al Dayse Bar, mi aspetta il cappuccino, un cannolo e una minerale rigorosamente frizzante. Continuo la mia passeggiata fino al viale Regina Elena, dove finalmente posso entrare ai giardini sotto le mura.

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Le pietre di Pinuccio Sciola sono splendide, ma non da meno l’ulivo ultra secolare è lì,  imperioso come i capolavori dell’artista di San Sperate.

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E l’antico ingresso che collegava la parte superiore di Castello con la parte inferiore

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Per finire, gli ultimi tre doni di Sciola, immersi nell’acqua.

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Si sono fatte le undici, torniamo a casa. Ai giardini pubblici ci andrò un’altra volta.

25 aprile 2014.

Oggi non si lavora, è festa comandata. Ricorre l’anniversario della liberazione della città di Milano (25 aprile 1945). Giornata in onore della resistenza italiana tutta (in teoria), nella realtà di una sola parte della resistenza, quella comunista. Nella mia città si ricorda come in tutto il resto d’Italia, ma nonostante quella che si vede sfilare per le  ie del ce tro è solo una minoranza esigua della nostra comunità.  La maggioranza, della quale io faccio parte, non l’ha mai vissuta come la minoranza la fa passare da 69 anni. Quest’anno ho avuto qualche impiccio a casa e così sono uscito in ritardo per la mia solita passeggiata (7 chilometri circa). Mi sono perso così,  la patetica carrellata dei nostri politicanti, con gli abiti tirati a lucido, per far passare ai cittadini che gli frega qualcosa di questo giorno ed in particolare di coloro che sono morti per la libertà.  Il tempo di fermarmi al Daisy Bar per un Marocchino e poi verso la Via XX Settembre.

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C’ è un corteo seguito da un gruppo di carabinieri in tenuta antisommossa. Ma non si riesce a capire chi sono e cosa centra la loro presenza con la ricorrenza odierna, nemmeno quando mi passano davanti.

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Proseguo per la Via Sonnino, fino a quando nonarrivo davanti all’altare della patria in onore dei caduti della Grande Guerra.

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Non ho potuto fare a meno di immortalare anche i due muri laterali che ricordano i luoghi dove molti italiani persero lavita per difendere la nostra nazione dall’invasore austro-ungarico.

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Riprendo la passeggiata, ho ancora diversi chilometri da fare prima di tornare a casa e devo sbrigarmi, le nuvole che sono in cielo non mi piacciono per nulla.
Anche questo è un modo di onorare il 25 aprile. Almeno per il mio modo di vedere.